“Se i giovani non
hanno sempre ragione, la società che li ignora e li emargina ha sempre torto…”
(François
Mitterand)
DALLA “BEAT” ALLA “NEET” GENERATION:
GIOVANI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI…
SOMMARIO:
1-L’ITALIA? NON UN PAESE PER GIOVANI…
2-ITALIA, REPUBBLICA “AFFONDATA” SUL LAVORO: L’ALLARME DISOCCUPAZIONE
3-GENERAZIONE PERDUTA: IL DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
4-GIOVANI IN “STAND-BY”: IL FENOMENO DEI “NEET”
5-ETERNI MAMMONI? IL FENOMENO DEI “BAMBOCCIONI”
6-I “DIVERSAMENTE OCCUPATI”: GLI STAGISTI
7-VITE PRECARIE: “GENERAZIONE 1.000 EURO”
8-L’ULTIMA SPIAGGIA: LA FUGA DEI “CERVELLI”
9-L’“EQUAZIONE PERFETTA” PER USCIRE DALLA CRISI
◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇ ◆ ◇
L’ITALIA?
NON
UN PAESE PER GIOVANI…
Saranno forse “non + disposti a
tutto” -ricalcando un noto slogan sindacale- ma i giovani italiani dovranno al più presto farsi le ossa per crescere in un Paese di “lupi travestiti d’agnello”, pronti
a sbatterli sommariamente sul banco degli accusati.
◆ Vivete coi genitori? “Ma che bamboccioni!” (le parole
paterne dell’ex ministro Padoa Schioppa);
◇ Siete dei “Neet”? “Ma che lazzaroni!” (il pensiero tagliente di Vittorio Feltri,
firma storica del giornalismo italiano);
◆ Non
siete ancora laureati? “Ma che sfigati!” (il commento pungente del viceministro Martone);
◇ Siete alla ricerca di prima occupazione? “Ma andate ai mercati a scaricare cassette!” (l’invito fraterno
dell’ex ministro Brunetta);
◆ Cercate un lavoro? “Non siate choosy, per carità!” (l’esortazione spocchiosa del ministro
Fornero);
◇ Volete un
consiglio? “L’agricoltura rende le persone sempre giovani…” (altro
suggerimento materno di Elsa Fornero);
◆ Non trovate lavoro? “È ovvio, lo cercate
accanto a mammà!” (lo sfogo seccato del ministro Cancellieri);
◇ Ancora non lavorate? “Che poveri
disgraziati!” (sempre parole
di Renato Brunetta);
◆ Siete precari? “Semplicemente
l’Italia peggiore!” (altra
perla di saggezza dell’on. Brunetta);
◇ Guadagnate appena 500 euro al
mese? “Ma quanto siete sfigati…” (la chiosa dell’on. Straquadagno);
◆ Cercate un posto fisso? “Ma che
monotonia…” (il pensiero borioso del premier Monti);
◇ Lo avete trovato, ma nel
pubblico impiego? “I soliti fannulloni!” (la sintesi ideale del Brunetta-pensiero);
◆ Lo state ancora cercando, non
più giovanissimi? “Che generazione perduta…” (la conclusione pilatesca del senator
Monti…).
Al
bando ogni senilismo demagogico o giovanilismo di comodo, è solare che sia facile
scovare, nel mucchio dell’intera “generazione Y” nata a
cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, adolescenti
viziati e menefreghisti, pronti a prendersela col mondo intero pur di non
assumersi le proprie responsabilità; studenti
parcheggiati all’università, che preferiscono vivere di rendita piuttosto
che cercarsi un lavoro; giovani fannulloni
impiegati nella pubblica amministrazione i quali, conquistato il “posto
fisso”, ripongono il minimo impegno nel proprio lavoro.
Di
“mele marce” se ne trovano in qualsiasi paniere: chi
fa politica, anzi, ha meno autorità di chicchessia nel dare lezioni di morale…
Esiste,
però, un’Italia “per bene” di cui andare
fieri: una “meglio gioventù”, silenziosa ma pur sempre maggioritaria, che tutti i giorni si fa in quattro per formarsi
al meglio nelle nostre università, per
mantenersi in qualche modo negli
studi o per farsi strada nel mondo del lavoro puntando sulle proprie forze.
È
accettabile, allora, che lo
sport nazionale preferito da certi politici -ultimamente praticato con successo anche
dai tecnici- sia divenuto il “tiro al
bersaglio dei giovani”, una gara senza regole ad offendere, umiliare, bistrattare un’intera generazione (ieri sconsideratamente
cresciuta a “pane e televisione”, oggi maldestramente rabbonita con “bastoni e carote”)?
Il ministro del
Lavoro ha esortato i giovani ad “accontentarsi” nella ricerca di
prima occupazione.
Il vero problema, semmai, è che ci si accontenta fin troppo: i più
non sono affatto “schizzinosi”, né nella ricerca del primo né del secondo,
terzo od ennesimo lavoro!
Il
71% dei giovani under 35 è disponibile ad accettare qualsiasi lavoro, purché
remunerato: solo il 20% preferisce aspettare il posto che lo soddisfi
al meglio (fonte Cisl).
Chiedere
quantomeno d’essere pagati, fosse anche per il più umile mestiere,
vuol forse dire esser “choosy”?
Un
recentissimo studio di Bankitalia,
inoltre, ha rivelato che, tra i giovani entrati nel mondo del lavoro tra il 2009
e il 2011:
◆ il 25% dei laureati si è adatto benissimo a svolgere un’occupazione
con bassa o nessuna qualifica, più
dei propri coetanei tedeschi (in Germania il dato scende al 18%);
◇ oltre il 30%, invece, svolge un’occupazione del
tutto diversa da quella per la quale ha studiato.
Forse il mondo
reale assume tutt’altro aspetto dall’alto di una cattedra…
Prendersela con
Elsa Fornero, però, è come sparare sulla croce rossa, avendo il
Ministro già abbondantemente dato prova -dopo le sue prime “lacrime di coccodrillo” - di aver la stessa sensibilità di un procione in calore!
Non si tratta
forse della medesima persona che si è rivolta ai malati di Sla con queste parole: “Anche la vita da ministro è dura…”?!
Liquidare il problema dei giovani senza
lavoro con un “vadano a scaricare la
frutta al mercato”, poi, è
quanto di più banale e demagogico si possa affermare.
Qual è la funzione della Politica?
Preparare
sommessamente i giovani “al peggio” oppure tentare di
offrir loro opportunità, ricercando qualsiasi soluzione per sciogliere i nodi
e lacciuoli che legano il mercato del lavoro e bloccano l’economia?
Qua è il compito di un ministro del Lavoro?
Invitare i
ragazzi a competere con la manodopera rumena e la manovalanza tunisina o
stimolarli a misurarsi con i giovani ingegneri indiani e i nuovi imprenditori cinesi?
Se s’inculca
nei giovani la convinzione che il lavoro serva soltanto a guadagnarsi da vivere e “portare a
casa lo stipendio”, non anche a realizzarsi e mettere in campo le proprie
capacità, come stupirsi del fatto che i
laureati diminuiscono sempre di più, mentre crescono gli inattivi e gli
sfiduciati?
Se s’inibisce
nei giovani finanche la capacità di sognare
un futuro migliore, che ne sarà di loro?
L’impressione è che, dietro queste ripetute
“gaffe”, si celi una strategia ben mirata: la ricerca dell’“alibi perfetto” per sottacere le gravi responsabilità
di un’intera classe dirigente nell’affrontare i problemi della mancanza di
occupazione, crescita e sviluppo, che certo non dipendono solo da fattori
esogeni (l’assenza di un’Europa politica, la crisi finanziaria internazionale o
la congiuntura economica sfavorevole).
Un esempio chiarificatore?
Tra il 1999 ed il 2007 l’Italia ha
beneficiato del c.d. “dividendo dell’euro”, ovvero di bassi tassi d’interesse sul debito pubblico che hanno consentito di risparmiare centinaia
di miliardi (secondo alcuni economisti, addirittura “100 miliardi” di euro
all’anno).
Un enorme “tesoretto”
che, se oculatamente speso in politiche d’investimento e affiancato da riforme
strutturali, avrebbe consentito all’Italia di essere tra i paesi più virtuosi d’Europa,
piuttosto che tra gli stati “pigs” citati come modello negativo persino nella
campagna elettorale americana.
Di chi la responsabilità se l’Italia negli
anni Duemila ha “dilapidato” queste risorse?
Se in capo ad
ogni italiano grava un debito pubblico di oltre “30.000 euro”, in termini
assoluti il terzo al mondo (tra il 1950 e il 1969 la media del debito pubblico
in rapporto al Pil era del 30%, oggi ha sfondato quota 126%)?
Se la spesa
pubblica è lievitata a dismisura (nel 1950 si attestava sotto il 25% in
rapporto al Pil, oggi supera il 50%)?
Se la pubblica
amministrazione è divenuta un ente erogatore di stipendi, piuttosto che di
servizi (Sicilia docet)?
Se il nostro
regime tributario è il più opprimente al mondo (nel 1951 la pressione fiscale
era del 18,2%, oggi supera il 55%)?
Se i costi del
lavoro e dell’energia sono nettamente più alti della media europea?
Se le ultime grandi
imprese italiane (vedi la Fiat) e le poche multinazionali straniere presenti (vedi
l’Alcoa) pagherebbero penali pur di delocalizzare?
Se la corruzione
ci costa “60 miliardi” di euro l’anno, mentre l’evasione fiscale il
doppio?
Di
chi la responsabilità se l’Italia si è ridotta ad un Paese “a corto di futuro”, con
il cappio al collo del debito e la pistola dei mercati alla tempia?
Tutto questo è
forse imputabile ai giovani che solo oggi si affacciano sul mercato del lavoro, magari illusi che il mondo
reale non fosse poi così distante da quello rappresentato da “mamma Tv”?
È colpa dei giovani italiani se un
loro coetaneo su tre è senza lavoro?
Se la loro generazione è
divenuta “precaria” per antonomasia?
Se l’ingresso nel mercato del
lavoro solitamente passa attraverso la scorciatoia obbligata di un’occupazione
in nero e senza tutele?
Se il mondo delle professioni è
chiuso a camera stagna da caste autoreferenziali, mentre il mercato del lavoro
è drogato dal precariato?
Se gli stipendi degli italiani
sono in media i più bassi d’Europa, per molti insufficienti a garantire una
piena indipendenza economica dalla famiglia d’origine?
Se molti di loro -i migliori o i
più audaci- preferiscono scappare all’estero piuttosto che accontentarsi di un
lavoro tanto dequalificato quanto malpagato?
Su un punto ha
perfettamente ragione il viceministro Martone: essere giovani in Italia vuol
dire aver ricevuto in dote dalla sorte una “sfiga” pazzesca!
A
chi il compito di indicare una qualche via d’uscita, “una
luce in fondo al tunnel”?
A una
classe politica “novecentesca”, la stessa che fin oggi ha scavato la fossa sotto
i piedi dei propri figli?
Ad un governo tecnico -il più
sobrio degli ultimi 150 anni- che, definendo “perduta” la generazione dei 30/40enni,
ha già giudicato spacciati un quinto dei cittadini che rappresenta?
Che futuro può avere un Paese che,
piuttosto che riconoscere i giovani come un “organo vitale” del Sistema, li
liquida sbrigativamente come un “arto
in cancrena” da amputare per salvare il resto del Corpo sociale?
ITALIA, REPUBBLICA
“AFFONDATA” SUL LAVORO:
L’ALLARME
DISOCCUPAZIONE
Articolo
1
della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…”.
Si, ma quale?
La
Repubblica italiana pare piuttosto “affondare” sul
lavoro: un lavoro che sempre più manca, si fa “nero” o diviene precario.
◆ nell’Eurozona (nell’area
dei 17 paesi che adottano l’Euro) la
disoccupazione è salita a settembre all’11,6%
(appena un anno prima si fermava solo al 10,3%);
◇ in
tutti i 27 stati dell’Unione, i senza lavoro hanno raggiunto quota 10,6%
(contro il 9,8% del’anno precedente);
◆ in un solo mese, il numero di
disoccupati è salito di 169 mila unità nell’Ue a 27 (di 146 mila nel’’Eurozona);
◇ in un solo anno, i
senza lavoro sono cresciuti di 2,145
milioni di unità nell’intera Ue (2,174 milioni solo nell’area della moneta
unica);
◆ in termini
assoluti, l’esercito di disoccupati ha
raggiunto quota 25,751 milioni in Europa (18,49 milioni solo nell’Eurozona).
E in Italia?
Nel
nostro Paese, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,8% (fonte
Istat):
◆ a far
peggio di noi i paesi più direttamente travolti dalla crisi finanziaria del
2008 (Irlanda 15,1%), i paesi del sud Europa più colpiti dalla crisi dei debiti
sovrani del 2010 (Spagna 25,8%, Grecia 25,1% e Portogallo 15,7%) ed i paesi
dell’Est europeo (Lettonia 15,9%, Slovacchia 13,9%, Bulgaria 12,4% e Lituania
12,9%);
◇ a far
nettamente meglio, invece, i paesi del nord Europa e dello “zoccolo duro”
europeo (Danimarca 8,1%, Gran Bretagna 7,9%, Finlandia 7,9%, Svezia 7,8%,
Belgio 7,4%, Germania 5,4%, Olanda 5,4%, Lussemburgo 5,2% ed Austria 4,4%).
L’Italia, così, si pone
apparentemente in una posizione mediana: a fronte di quasi 23 milioni di occupati (pari al 56,9% della
popolazione attiva), sono “2,8 milioni”
i disoccupati: “554 mila” unità in più in un solo anno.
Per intendersi, è come se nel 2012 tutti gli abitanti di una
città come Genova, la sesta più popolosa d’Italia, avessero perso il posto di
lavoro!
Ma, come se non bastasse, questa è solo un’illusione statistica che nasconde una realtà del “non lavoro” ben
più drammatica.
La ragione?
PRIMO:
Annoverando tra i disoccupati anche coloro che un lavoro hanno smesso di
cercarlo -i cd. “scoraggiati”-, il
tasso di disoccupazione salirebbe al “12,5%”, attestandosi come il sesto più alto dell’Eurozona (fonte Bce).
SECONDO:
Il
“trend” della disoccupazione è allarmante: per il 2013 si prevede che i
senza lavoro raggiungeranno i “3 milioni” e sfonderanno il muro del’11%,
giungendo a quota “11,4%” (fonte Istat); tra il 2011 e il 2020,
inoltre, il numero dei disoccupati aumenterà di oltre “1,5 milioni” di unità
(fonte Cnel).
TERZO:
Dal novero ufficiale dei senza lavoro restano
esclusi:
◆ i cd. “Neet”, giovani
che né studiano né si specializzano né cercano lavoro (oltre “2 milioni” in Italia);
◇ i giovani che studiano e non lavorano (non a caso in Italia ci si
laurea più tardi che nel resto d’Europa);
◆ le donne che hanno rinunciato a cercare un lavoro, preferendo dedicarsi
a tempo pieno alla famiglia (non a caso il mercato del lavoro italiano è tra i
più penalizzanti e discriminatori per le donne);
◇ i cassintegrati, lavoratori dipendenti per il quali il sussidio, il
più delle volte, precede un formale licenziamento (500 mila);
◆ i precari, tutti coloro che non hanno un
contratto a tempo indeterminato (quasi “4 milioni”);
◇ i cd. “precari mascherati”, ovvero i falsi collaboratori e
le false partite Iva con un solo committente (circa 400 mila).
In
conclusione, allargando la platea dei senza lavoro a chi un lavoro non lo
cerca, lo ha precario o rischia seriamente di perderlo, si sfiora quota
“9 milioni” di italiani!
GENERAZIONE PERDUTA:
IL
DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
“Giovani
e lavoro”. Un ossimoro o un binomio ancora possibile?
Secondo l’ultimo rapporto di Eurostat (sempre più somigliante a un
“bollettino di guerra” aggiornante il conto dei “caduti dal lavoro”), il quadro
occupazionale si fa sempre più drammatico per i giovani: a settembre, tra gli under 25 il tasso di disoccupazione
ha raggiunto quota 23,3% in
Europa (contro
il 21% dell’anno scorso) e i giovani
disoccupati sono 5,520 milioni nel Vecchio Continente (3,493 milioni solo nell’Eurozona).
Secondo l’Oil, inoltre, quest’anno la
disoccupazione giovanile raggiungerà quota 12,7% a livello globale, salendo al 17,5%
nelle economie sviluppate.
E in Italia?
Il nostro Paese
detiene un primato ben poco invidiabile nell’Eurozona, raggiungendo il podio della
disoccupazione giovanile collocandosi al terzo posto, insieme al Portogallo, con il 35,1%:
◆ a far peggio di noi solo
i cd. stati “pigs”, dove anche più della metà degli under 25 non lavora (54,2%
in Spagna e 55,6% in Grecia);
◇ a far nettamente meglio i paesi del centro
Europa, dove la disoccupazione giovanile non supera nemmeno la doppia cifra
(4,4% in Austria, 5,2% in Lussemburgo, 5,4% in Olanda e Germania).
Il “tallone d’Achille” del Bel Paese si
conferma, dunque, la mancanza d’impiego
fra i più giovani: circa “2,8 milioni” i senza lavoro (fonte
Istat), un numero pari al
totale dei residenti della Capitale!
Se un giovane italiano impiega
mediamente 33 mesi -quasi 3 anni!- per trovare il primo impiego, negli
Stati Uniti di mesi ne bastano cinque (fonte Cerp).
E non fanno ben sperare le previsioni del Cnel, secondo le quali, tra il 2011 e il 2020, i giovani attivi
italiani si ridurranno di oltre “515 mila” unità.
La disoccupazione giovanile è un fenomeno di
per sé “fisiologico”, dovuto alla maggiore inesperienza e
alla minore ricerca di lavoro da parte dei giovani.
Quando
raggiunge simili livelli da “codice rosso”, però, si è di fronte ad una “patologia
del Sistema”, che non può
fronteggiarsi né con dosi massicce di ottimismo né con un arrendevole
fatalismo!
GIOVANI IN “STAND-BY”:
IL
FENOMENO DEI “NEET”
Una
“gioventù bruciata”, senza né arte né parte e con il futuro alle spalle, sta
crescendo in Europa.
La
Banca d’Italia li ha definiti “scoraggiati”, l’Istat “inattivi”, lo Svimez -prendendo
in prestito un termine coniato nel Regno Unito- “Neet” (“not in
employment, education or
training”):
comunque li si chiami, giovani d’età
compresa tra i 15 e i 29 anni, non iscritti
ad alcun percorso formale di istruzione, non frequentanti alcun corso di
formazione, senza lavoro e
rinuncianti a cercarne alcuno.
Quanti
sono i Neet?
Nel
triennio 2005-2008 erano poco meno di 2 milioni, pari al 20% della popolazione nella
stessa fascia d’età; nel 2010 sono saliti
a “2,3 milioni”, circa il 23,4% (fonte Banca d’Italia e Ministero del
Lavoro).
Solo
in Bulgaria gli “scoraggiati” sono più numerosi: in
Francia e nel Regno Unito sono il 14,6% della popolazione giovanile, in
Germania appena il 10,7%.
Se i Neet italiani fossero messi tutti
insieme, costituirebbero la seconda città del Paese, essendo pari alla
somma degli abitanti di Napoli e Torino messi insieme: se non si interviene in tempo a fronteggiarne la crescita, così, il rischio è che in pochissimo tempo l’immaginaria
“città dei Neet” diventi la prima!
I soggetti più a rischio di trovarsi in
tale “limbo”, secondo un’indagine di Eurofound,
sono i giovani:
◆ presentanti delle disabilità (un individuo con disabilità ha il 40%
in più delle possibilità di appartenere a questo gruppo);
◇ con un background di immigrazione (i giovani immigrati,
rispetto ai coetanei autoctoni, hanno il 70% in più delle probabilità di
diventare Neet);
◆ con un basso livello di istruzione (o i cui genitori hanno un basso
livello di istruzione);
◇ con un reddito familiare basso (o con genitori disoccupati);
◆ meridionali (le città che detengono il primato negativo di giovani
che né lavorano né studiano sono tutte concentrate al Sud: Napoli 37%, Catania
36,4%, Brindisi 36,3% e Palermo 36,3%).
Perché non si può restare indifferenti?
Per
una ragione semplice: i Neet sono il termometro di un crescente “malessere sociale” che rischia di contagiare tutto il Sistema!
Il “neetismo” comporta un enorme costo sociale, legato non solo all’inattività di
una parte della popolazione in età lavorativa ma anche ai sussidi per la
disoccupazione e alle altre forme di sostegno cui tali soggetti necessariamente
faranno affidamento.
Secondo
Eurofound, nei 21 Paesi membri UE presi in esame, i costi economici della
mancata partecipazione dei Neet al mercato del lavoro ammonterebbero ad oltre
“90 miliardi” di euro l’anno (2 miliardi a settimana): l’inserimento nel
mercato del lavoro di solo il 10 % dei Neet, quindi, comporterebbe un risparmio
di quasi “10 miliardi”.
Solo in Italia, il
costo economico dei Neet supererebbe i “26 miliardi” di euro l’anno, pari all’1,7%
del Pil.
Il profilo medio
di un Neet fotografato dall’Istat è quello di un giovane che vive coi genitori,
non va al teatro né al cinema, legge meno dei propri coetanei, non fa sport e
naviga poco su internet: dispone ovviamente di più tempo libero ma,
generalmente, lo spreca dormendo, mangiando e lavandosi di più, guardando la
tv, fumando e bevendo molto.
Una generazione “vivacchiante”, sonnecchiante,
apatica, annoiata, nichilista, rassegnata... un po’ fannullona e bambocciona,
eternamente in attesa che improbabili occasioni di lavoro bussino alla porta…
Ma è giusto “generalizzare”?
È possibile credere che l’Italia sia un
Paese con un esercito di oltre 2 milioni di “fannulloni”?
E la loro sarebbe una “scelta di vita”?
L’impressione
è che i veri “sfaccendati” siano un’esigua minoranza, anche fra i Neet.
Cosa ce
lo suggerisce?
◆ I Neet “disoccupati”
sono 729 mila. Ma è corretto giudicare sfaticati chi semplicemente un lavoro lo
ha perso, per di più in un paese profondamente in crisi come il
nostro?
◇ I Neet “inattivi”, che
non si dedicano alla ricerca di un lavoro in quanto scoraggiati
ma disposti a lavorare se solo cogliessero un’occasione, sono 746 mila. È forse loro
la colpa di vivere in una realtà dove spesso bravura e passione non contano nulla, piuttosto servono le amicizie o, al limite, l’utilizzo del
corpo come merce di scambio?
◆ I Neet “non disponibili” al lavoro sono
635 mila. Di questi,
però, quasi la metà (279 mila) rinunciano
per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. È giusto stigmatizzare tale
scelta in un Paese che non offre adeguati servizi alle famiglie ed in cui per le
donne è ancor più difficile trovare lavoro e ottenere una retribuzione
dignitosa?
◇ Di Neet “per scelta” -i
veri “scansafatiche”, punto e basta- ne rimarebbero soli 356 mila: sempre tanti, ma pur
sempre lontani da quota 2 milioni!
Stereotipare
i Neet come “fannulloni” non aiuta a comprendere questa realtà sociale.
Non a caso,
secondo l’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), per molti giovani l’inattività non è una scelta ma il risultato di
scoraggiamento e marginalizzazione, determinato da un insieme di fattori
(la mancanza di qualifiche, problemi di salute e povertà, altre forme di
esclusione sociale...).
Se
non si interviene tempestivamente per ridare stimoli e speranze ad una
generazione sfiduciata, il rischio è che presto sia troppo tardi.
Come
sarà possibile disinnescare questa “bomba sociale” tra 10 o 15 anni, quando i
Neet di oggi non potranno più contare sul sostentamento familiare e saranno
troppo vecchi anche per i lavori più umili e dequalificati?
Che
futuro aspetta un’intera generazione senza un lavoro stabile, una casa e l’opportunità
di formarsi una famiglia?
ETERNI MAMMONI?
IL
FENOMENO DEI “BAMBOCCIONI”
In Giappone li chiamano “parasaito shinguru” (“single
parassiti”), in Germania “nesthockers” (“quelli che non abbandonano il
nido”), in Francia “Tanguy” (da un
omonimo film uscito nel 2001), in Inghilterra
“kippers” (acronimo di “kids in parents pockets
eroding retiremen saving”, tradotto “quelli che restano a casa ed erodono la
pensione e i risparmi dei genitori”).
In
Italia è stato il compianto Padoa
Schioppa, nel 2007 ministro dell’Economia, a coniare l’infelice neologismo “bamboccioni” per definire quei giovani incapaci
di affrancarsi dai genitori, continuando a vivere sotto il loro stesso
tetto ben oltre il termine degli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro.
Da allora, l’interesse verso tale fenomeno sociale sembra essere cresciuto di pari
passo al fenomeno stesso.
Quante
sono le vittime di quest’apparente “sindrome di Peter Pan”?
Più
del 31% degli italiani maggiorenni abita con almeno un
genitore: tra i 18-29enni coabita con i genitori il 60,7%, tra i 30-45enni il
26% (fonte Censis).
Anche se il fenomeno non è esclusivamente italiano, nel nostro Paese si resta in famiglia fino ad
un’età che non ha pari nel resto d’Europa: in
media, 28 anni.
Tuttavia la crisi economica ha
segnato virtualmente uno spartiacque: se,
prima del 15 settembre 2008 (data
del fallimento della Lehman Brothers), la
causa dei cd. “mammoni” era per lo
più sociologica (convenienza, pigrizia, riluttanza ad assumersi responsabilità), adesso la causa è sempre più meramente economica
(bamboccioni lo si è rimasti -o lo si è divenuti- “per necessità”).
Non
più solo la “paura del futuro” bensì
le problematicità del presente sono le cause prime
della cd. “sindrome del ritardo”, per cui si esce in età più avanzata dalla scuola e dalla famiglia.
Disoccupazione,
difficoltà ad arrivare a fine mese, impossibilità a pagarsi l’affitto o ad
accedere a un mutuo per l’acquisto di una casa: rendersi
indipendenti, in questo
contesto, è un “lusso” per pochi!
La
famiglia è divenuta l’unico welfare efficiente, un provider impeccabile di servizi e tutele, un modello eccezionale di solidarietà tra generazioni.
Nulla di deprecabile, sennonché, quando la casa natia diviene più che un’opportunità
una prigione, il rischio per giovani disabituati alle responsabilità della vita
è di non riuscire più a venirne fuori!
Come se
non bastasse, le famiglie italiane si stanno progressivamente impoverendo
(dati Istat):
◆ mentre nel
1995 una famiglia riusciva a mettere da parte il 22% delle proprie entrate, nel
2011 la quota di reddito accantonato si è ridotta all’11,5%;
◇ oltre il 15,7% delle
famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale
che supera il 25% nel Mezzogiorno;
◆ una su tre, infine, non
riesce più a sostenere spese impreviste, ricorrendo all’indebitamento.
Per quanto tempo ancora la rete familiare di
protezione sociale saprà contenere l’onda montante del disagio giovanile?
I “DIVERSAMENTE OCCUPATI”:
GLI
STAGISTI
“Uno su mille ce la fa”.
Quale
altra canzone candidare ad “inno ufficiale” della Repubblica degli stagisti?!
Gli stagisti (o tirocinanti)
sono studenti (o neolaureati) interessati a fare esperienza pratica nel mondo
del lavoro per essere avviati ad una professione.
In
Italia:
◆ oltre
300 mila giovani ogni anno fanno stage nelle
imprese private (fonte Unioncamere);
◇ circa il 55% dei laureati, sia
triennali che specialistici, svolge un
tirocinio appena concluso il proprio percorso di studi (fonte Almalaurea);
◆ il 13,3% delle imprese italiane, nel
2010, ha accolto stagisti.
Lo
stage può rappresentare una valida opportunità per “farsi le
ossa” offerta a giovani ancora “vergini” professionalmente: non è un rapporto di lavoro, bensì un’esperienza formativa.
Ma
è sempre così?
In
realtà, molte aziende abusano dello “specchietto per le allodole” di
promettenti stage per arruolare tra i propri dipendenti giovani senza tutele né stipendio, “disposti
a tutto” pur di ben figurare dinanzi a un possibile futuro datore di
lavoro.
Non
si contano più i casi di tirocini impostati
come rapporti di lavoro a tutti gli effetti (in cui gli stagisti vengono chiamati ad assolvere
compiti e mansioni privi di alcun contenuto formativo) o di
tirocinanti privati non solo di alcun compenso economico ma persino del rimborso
spese (in Italia, diversamente da paesi come la Francia, la legge
non impone alle aziende di pagare gli stagisti: ciascun ente o azienda ha la
facoltà di decidere autonomamente se concedere o meno un emolumento).
Il risultato?
Più della metà degli stagisti
non percepisce nulla (per
molti di loro svolgere un tirocinio vuol dire lavorare non tanto gratis quanto
“a proprie spese”!), mentre solo al 12% di
loro, concluso il periodo di formazione,
viene proposto un contratto di assunzione (fonte Unioncamere).
Lo
stage è divenuto una catena di montaggio funzionale allo sfruttamento di
manodopera giovanile qualificata e a bassissimo costo.
Eppure per
molti neolaureati ottenere un posto da stagista entro i fatidici 12 mesi
dalla laurea rimane un’opportunità imperdibile: l’ultima
spiaggia cui naufragare per non affondare nel mare di concorsi ad ostacoli e
colloqui infiniti che si prospetta all’orizzonte.
VITE PRECARIE:
“GENERAZIONE
1.000 EURO”
In Italia non
solo è difficile trovar lavoro ma, allorché trovato, è una pia illusione ambire al famigerato
“posto fisso”: l’80% dei giovani finisce impigliati nella rete della precarietà,
da cui non è affatto facile liberarsi.
“Flessibilità”
e “precarietà” sono concetti diversi:
la flessibilità è un’opportunità professionale, la precarietà una
drammatica condizione esistenziale.
Eppure oggi flessibile fa sempre più rima
con precario.
Per molti rimane
un “totem” l’idea che la precarizzazione del lavoro costituisca l’unica via
possibile per perseguire la crescita e lo sviluppo.
Tutte
le riforme del mercato del lavoro susseguitesi negli anni (dalla “legge
Treu” del 1997 -che ha introdotto i
famigerati “co.co.co.”- alla “legge Biagi” del 2003 -che ha creato i contratti
di lavoro “a progetto” ed “a chiamata”-) hanno
introdotto una crescente
deregolamentazione del lavoro, non
accompagnata da adeguate tutele per i nuovi lavoratori “atipici”.
Ed i frutti di
queste politiche oramai, più che maturi, sono cadenti!
Lavoro a tempo determinato o part-time, ma
anche contratti di somministrazione (ex interinali) o di collaborazione (a
progetto, coordinata e continuativa, mini co.co.co., occasionale), ed ancora associati in
partecipazione, prestatori d’opera con partita Iva, cessione di diritti
d’autore, vouchers, lavoratori dello sport: richiede
un duro lavoro anche solo orientarsi in questa inesplicabile “giungla”contrattuale!
Quanti
sono i lavoratori precari?
Circa “4 milioni”:
◆ 1,4
milioni i lavoratori “atipici” in senso stretto (collaboratori
a progetto dei settori privati, co.co.co. della pubblica amministrazione, associati
in partecipazione, collaboratori occasionali e lavoratori che cedono i diritti
d’autore nei settori dell’informazione e dello spettacolo);
◇ 2,5 milioni i lavoratori a tempo
determinato o con contratti di somministrazione (gli
ex interinali);
◆ 400
mila le false partite Iva.
Questa la
fotografia più aggiornata del mondo del lavoro in Italia (fonte Datagiovani):
◆ tra gli under 35, i precari sono raddoppiati in otto anni, passando
dal 20% del 2004 al 39% del 2011;
◇ nel biennio 2009-2010, oltre il 76% delle assunzioni è stata fatta
a tempo determinato, mentre i contratti di lavoro standard sono stati solo
il 20,8% del totale (su quattro
lavoratori neoassunti, tre sono precari!);
◆ nel 2011 i contratti a termine in Italia ammontavano al 50% del totale (nel 2001 erano solo il 9,6%!);
◇ lo stipendio di un precario regolarmente è inferiore dal 20% al 33% rispetto
alla retribuzione netta mensile di un collega stabilizzato;
◆ la retribuzione media di un precario si
attesta sugli 836 euro netti al mese: 927 euro mensili per i maschi, 759 euro per le donne (fonte Cgia di Mestre).
Secondo gli ultimi dati di Unioncamere,
nell’ultimo trimestre del 2012, su oltre
218 mila assunzioni
nelle imprese dell’industria e dei servizi, “solo il 19%” (circa un contratto su cinque) sarà a tempo indeterminato o apprendistato.
E tutto questo
senza considerare che i precari di oggi saranno
destinati a divenire i poveri di domani: secondo uno studio del Cerp
di Torino, dopo 40 anni di contributi,
beneficeranno di una pensione media di 7.303 euro lordi l’anno, pari a “608
euro” mensili!
I cultori della “flexibility no
limits” difendono la tesi per cui il riconoscimento alle aziende di una piena libertà
di assunzione e licenziamento produrrebbe maggiore mobilità dei
lavoratori, occupazione e retribuzioni
più alte.
Non tutti gli economisti,
però, concordano.
Guglielmo
Forges Davanzati (docente presso la Facoltà di Economia dell’Università
“Federico II” di Napoli), ad esempio, sostiene che la “flessibilità spinta”
sarebbe la principale causa della riduzione dei salari, dei consumi e dell’occupazione.
La deregolamentazione del mercato del lavoro, a suo avviso:
1-
disincentiverebbe gli
investimenti in innovazione (se un’impresa può fare profitti
comprimendo i salari ed i
costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non avrà convenienza ad
investire nell’innovazione tecnologica);
2-
ridurrebbe la propensione al
consumo (l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro li
spinge ad aumentare i risparmi);
3-
ridurrebbe l’occupazione (la
possibilità di aumentare la produttività dei lavoratori con la minaccia di un
licenziamento o di un mancato rinnovo contrattuale riduce il ricorso a nuove
assunzioni);
4-
incentiverebbe
la “finanziarizzazione” dell’economia (la compressione della domanda di beni e
servizi, conseguente alla riduzione di salari e consumi, disincentiva gli investimenti
produttivi, dirottando quote crescenti del capitale in investimenti speculativi).
Proprio
quest’ultima è la causa prima della crisi mondiale che stiamo
attraversando, che, scoppiata negli Usa, ha subito contagiato l’Europa.
La precarietà è in grado di ridurre i
lavoratori a fantasmi di un “limbo senza regole”: costretti ad elemosinare
un nuovo rinnovo contrattuale o alla ricerca continua di un nuovo lavoro; discriminati
rispetto ai propri colleghi stabilizzati; senza adeguate certezze di percezione
di reddito futuro; senza alcuna garanzia di formazione professionale continua; in
totale soggezione al datore di lavoro (disponendo quest’ultimo di un potere
contrattuale incomparabile); privati del diritto a progettare un futuro, per sé
e la propria famiglia (Sposarsi? Fare un figlio? Acquistare un’auto? Chiedere
un mutuo?).
In
questo contesto:
◆ i giovani pagano sulla propria pelle il prezzo del cd.
“brain waste” (o “spreco di
cervelli”), trovandosi costretti ad accettare impieghi che richiedono l’applicazione
di una piccola parte delle conoscenze acquisite;
◇ le donne sono doppiamente
penalizzate, trovando lavoro con maggior difficoltà, essendo pagate meno dei
loro colleghi e dovendo frequentemente ritardare la maternità, se non proprio
rinunciarvi (è un caso che l’Italia,
con una media di 1,4 figli per donna, è tra i paesi al mondo col più basso
indice di natalità?).
Fino
agli anni ‘90, la speranza era un sentimento così diffuso da far convinti i
padri che il futuro “avrebbe sorriso” ai propri figli.
C’è da sorprendersi se, invece, oggi ha assunto sembianze sempre più “minacciose”?
L’ULTIMA SPIAGGIA:
LA
FUGA DEI “CERVELLI”
C’è
ancora una possibilità di futuro per i giovani in questo Paese?
Il
rischio è che prevalga la rassegnazione: se fra i giovani meno istruiti e più disagiati ne è segno l’emergere
del “Neetismo”, tra i più preparati suscita
allarme la cd. “fuga dei cervelli” (o
“brain drain”), non tanto una fuga dalle proprie responsabilità, quanto una
vera e propria fuga dal proprio Paese!
Se
alla “fuga delle imprese” abbiamo già fatto l’abitudine (la
delocalizzazione industriale è un processo in costante aumento: “Fiat docet”), con la “fuga dei cervelli” stiamo appena
iniziando a fare i conti.
E cervelli non sono più solo i
ricercatori scientifici (attratti dalle maggiori risorse e dai minori vincoli
alla ricerca all’estero) ma anche giovani laureati di qualsiasi settore.
“Non vedo l’ora di lasciare l’Italia!”: questa
una delle espressioni d’insofferenza più ricorrenti tra i giovani studenti.
Come stupirsi se in Italia il flusso migratorio verso la
Germania è aumentato del 6,3%, tra il 2009 e il 2011 (fonte Il Sole 24 ore)?
In Germania sono 8 milioni gli
under 30 con un’occupazione (generalmente ben retribuita), in Italia appena 3
(fonte CdS).
Un buon motivo per tentare la
fortuna oltralpe, no?
I dati parlano da soli:
◆ ogni anno i giovani under 40 in fuga dall’Italia sono circa “100
mila” ed hanno superato quota “2 milioni” nel 2010 (fonte Italents);
◇ tra il
2009 e il 2010 , su 18 mila dottori di ricerca presi in esame, quasi 1.300 (il
7%) sono andati all’estero (fonte Istat);
◆ dal 2001 al 2010, l’incidenza dei cittadini laureati sul
totale degli espatri è raddoppiata, passando dall’8,3% al 15,9% (fonte Istat).
Ma
quanto ci costa questa fuga?
Secondo la Fondazione Lilly, negli ultimi vent’anni, ogni ricercatore
che è andato a lavorare fuori dai confini nazionali ci è costato una perdita di
“148 milioni” di euro (essendo stati “155” i brevetti prodotti da parte dei
venti migliori ricercatori italiani all’estero e “301” i brevetti ai quali
ricercatori italiani hanno partecipato in modo significativo).
Complessivamente quasi “4 miliardi” di euro, senza considerare la
vanificazione dell’investimento in formazione dei giovani talenti regalati all’estero
e la perdita di
valore per il nostro tessuto industriale.
La
mobilità internazionale del lavoro non è un fenomeno da stigmatizzare.
La cultura scientifica di un paese, anzi, aumenta se il
flusso di scienziati in uscita e in entrata è continuo e robusto.
I
flussi migratori in uscita di italiani con elevato livello d’istruzione, a dir il vero, sono inferiori rispetto a quelli tedeschi
o inglesi: Germania e Regno Unito presentano, in termini assoluti, il
maggior numero di giovani espatriati fra tutti i 27 Paesi dell’Unione,
rispettivamente 900.000 e 400.000, contro i soli 300.000 italiani (dato 2005,
fonte “Organization for Economic Cooperation andDevelopment”).
La
sostanziale differenza è che, mentre questi paesi vantano anche una straordinaria “capacità attrattiva” di
cervelli stranieri, l’Italia si pone al 24simo posto al
mondo per competitività nell’attrarre talenti, preceduta persino dalla Grecia
(fonte Centro Studi Confindustria).
Il problema italiano, allora, è un saldo netto “emigrati-immigrati qualificati” pesantemente negativo:
◆ su ogni 100 laureati nazionali, ce ne sono solo 2,3 stranieri
(contro una media Ocse del 10,45%);
◇ le università italiane, con una media del 3,1%, sono le ultime per presenza di studenti
stranieri (contro una media Ocse del 10%, che sale all’11,2% in Francia,
all’11,4% in Germania fino al 17,9% in Gran Bretagna);
◆ i laureati italiani
che lavorano nei 30 Paesi Ocse sono 395.229, mentre gli stranieri qualificati
che hanno scelto di venire a lavorare in Italia sono solo 57.515 (solo 7 “cervelli” Ocse su 1.000 hanno
scelto l’Italia come destinazione).
Un
paese che cede facilmente all’estero i suoi migliori talenti senza attrarre
giovani stranieri virtuosi subisce una perdita netta di “capitale
umano”.
Continuando così le cose, il pericolo è che l’Italia si trasformi in un paradiso per
turisti e pensionati!
Per questo una priorità
assoluta deve essere:
◆ da un
lato, frenare il “brain drain” (l’“export”
di cervelli);
◇ dall’altro,
incentivare il “brain gain” (l’“import”
di intelligenze straniere), il “brain
exchange” (lo scambio di
cervelli tra paesi) e il “brain
circulation” (la circolazione dei cervelli, il loro spostamento all’estero
per approfondire gli studi, lavorare e fare ritorno in patria, dove mettere a
frutto le competenze così acquisite).
Una
sfida che si può vincere solo in un modo: rendendo il nostro un Paese migliore.
Ovviamente “tra il dire e il fare…”.
Pier Luigi Celli, direttore generale
della Luiss, in una discussa lettera pubblica indirizzata al figlio, lo ha
esortato ad abbandonare l’Italia:
“Questo Paese -scrive Celli- non è più un posto in cui sia possibile
stare con orgoglio.
Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia
forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati(…), l’idea
che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel
lavoro che incontrerai.
Guardati
attorno(…). Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un
decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista;
forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure
e fallimenti che non pagherà mai.
Per
questo(…) il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero.
Scegli
di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento
del merito e dei risultati.
Dammi
retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e
abbiamo fallito. Anche noi”.
Non conosciamo la strada che ha preso suo
figlio -francamente non ci preoccupa-, ma sappiamo che molti italiani, pur senza essere “figli di qualcuno”,
hanno seguito il suo consiglio.
L’“EQUAZIONE PERFETTA” PER USCIRE DALLA CRISI
Ripartiamo dalla
Costituzione, che chiunque governi
dovrebbe leggere e rileggere come un “mantra” prima di assumere
qualsiasi decisione:
Art. 1: “L’Italia
è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”;
Art. 4: “La
Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le
condizioni che rendano effettivo questo diritto”;
Art. 35: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”;
Art. 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla
quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a
sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”;
Art. 37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le
stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.
+
SCUOLA
Sempre più spesso si sono spacciate per riforme
strutturali mere riforme di bilancio, utilizzando impropriamente il verbo “riformare”
come sinonimo di “tagliare”.
Ciò è particolarmente vero nel settore dell’Istruzione,
considerato alla stregua di uno dei tanti capitoli di spesa dell’imponente
bilancio statale.
◆ nel
2008, solo il 4,8% del Pil è stato speso
per l’Istruzione, rispetto alla media Ocse del 6,1% (posizionandosi al 29simo
posto su 34 paesi);
◇ tra il
2000 e il 2008, la spesa sostenuta per studente è aumentata solo del 6%, contro
una media Ocse del 34% (il secondo incremento più basso tra i 30 paesi
considerati);
◆ la
spesa per studente non aumenta notevolmente in base al livello d’istruzione, passando
da 8.200 dollari al livello pre-primario a 9.600 al livello terziario, rispetto
ad un aumento medio nell’area Ocse da 6.200 dollari al livello pre-primario a
13.700 al livello terziario;
◇ tra il
2000 e il 2009, gli stipendi degli insegnanti sono leggermente diminuiti (-1%),
mentre nell’are Ocse sono aumentati in media del 7%, in termini reali.
Investire sulla
Scuola vuol dire investire sul futuro dei giovani, dunque del Paese di cui questi sono la sola
speranza.
Occorre rimettere la Scuola, l’Università e la Ricerca “al
centro” dell’agenda politica di qualsivoglia governo, prescindendo
dai vincolo di bilancio: è “miope” immaginare di ridurre il debito pubblico di un Paese aumentando il suo “debito
culturale”!
Come ridare
centralità alla Scuola?
Ecco alcuni suggerimenti:
◆ superamento della “parità scolastica” (causa della distrazione di risorse pubbliche
in favore di istituti scolastici paritari) per ridare centralità
alla scuola pubblica.
La
realtà, però, ci rivela che:
- il
90% delle famiglie italiane continua a preferire le scuole pubbliche per i
propri figli (solo uno studente italiano su dieci frequenta una scuola privata,
nonostante queste già rappresentino circa un quinto delle scuole italiane);
- l’Italia
è all’ultimo posto tra i paesi Ocse per la qualità dell’insegnamento nelle sue scuole
private, in molte materie;
- la
riforma sulla parità scolastica raggira sostanzialmente il dettato dell’art. 33
della Costituzione, secondo cui “Enti e privati hanno il diritto di istituire
scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
◇ riduzione a 7 anni della Scuola
dell’obbligo, accorpando la Scuola elementare e la Scuola media in un comune
ciclo formativo;
◆ riqualificazione degli Istituti professionali, per troppo
tempo bistrattati e
considerati meno dignitosi rispetto ai più gettonati licei;
◇ aggiornamento dei piani di studio, dando priorità allo studio delle lingue
straniere e dell’informatica (come uscire da una scuola senza saper parlare
ottimamente l’inglese o privi della competenza per un uso professionale del
pc?) ed introducendo lo studio del diritto e dell’economia in ogni percorso d’istruzione
(come ambire ad entrare nel mondo del lavoro ignorando i propri diritti di
cittadinanza e non avendo nozione di cosa sia un contratto?);
◆ trasformazione delle scuole in “centri di aggregazione
giovanile”, aperti tutto il giorno tutti i giorni per offrire ai ragazzi ulteriori servizi
e spazi usufruibili al di fuori dell’orario delle lezioni (ad esempio, tutor
per gli studi, biblioteche, aule informatiche, palestre, cineforum);
◇ messa
in sicurezza di tutti gli edifici scolastici. Secondo
un rapporto di Cittadinanzattiva, solo
un quarto degli edifici scolastici è in regola con tutte le certificazioni di
sicurezza, si contano lesioni strutturali in una scuola su dieci, distacchi di
intonaco in una su cinque, muffe ed infiltrazioni in una su quattro. E’ davvero
il Ponte di Messina, allora, la prima infrastruttura di cui il Paese più necessita?
Non aiuterebbe anche il rilancio dell’economia un piano per l’edilizia
scolastica che preveda almeno un cantiere aperto in ogni grande città?;
◆ riqualificazione delle scuole disagiate di periferia o
dei quartieri più problematici delle grandi città (si pensi allo Zen a Palermo
o a Scampia a Napoli), da considerare il primo “presidio di legalità”;
◇ maggiore
attenzione al merito degli studenti. Perché non premiare con borse di studio, la gratuità dei
libri di testo o viaggi premio gli studenti più meritevoli di ogni istituto?
Perché non stimolare negli studenti la convinzione che impegnarsi di più,
nello studio come nella vita, “conviene”?
◆ maggiore
attenzione al merito dei docenti. Perché non prevedere retribuzioni
supplementari (premi, incentivi e
gratifiche) in base ai risultati conseguiti dagli insegnanti, istituendo
“centri di valutazione” in ogni istituto scolastico, di cui far partecipi anche
le famiglie e gli studenti?
◇ rivalutazione del ruolo sociale dell’insegnamento. Occorre riaffermare
il principio per cui compito degli insegnanti non è solo “istruire” ma anche “educare”
i giovani. Ma come pretendere che i docenti esprimano il massimo impegno ed
entusiasmo nel loro lavoro quando vengono sempre “meno considerati” dagli alunni
-spesso col complice sostegno dei loro familiari- e sempre più “bistrattati” dallo
Stato -non disposto a retribuirli dignitosamente, ma pronto ad accusarli di non
lavorare abbastanza-?
+
UNIVERSITà
La Riforma Berlinguer dell’Università, che
ha introdotto il cd. “3+2” (Decretoministeriale n.509 del 1999), ha
mostrato negli anni tutti i suoi
limiti, fallendo negli obiettivi sia di migliorare la qualità dell’offerta
formativa, sia di ridurre i tempi per il conseguimento della laurea.
La Riforma Gelmini (legge n.240 del 2010), invece, non ha prodotto altro che
ridurre le risorse destinate al mondo accademico e precarizzare i ricercatori
universitari, d’ora in avanti assunti “solo” con contratto a tempo determinato.
Il risultato?
Moltiplicazione di corsi di laurea per
lo più inutili; caos didattico nell’applicazione del sistema dei “cfu”
(crediti formativi universitari); aumento
del numero dei fuoricorso (molti non riescono a laurearsi prima dei 28
anni); diminuzione del numero dei
laureati (solo il 60% dei laureati di primo livello finisce la specialistica);
introduzione di alquanto discutibili test d’ingresso; inaccessibilità dei dottorati; strutture sempre più
inadeguate, con studenti non di rado costretti a prendere appunti a terra
in aule sovraffollate; posti letto ridotti e caro degli affitti per gli
studenti (favorito dalla carenza di alloggi universitari); fondi insufficienti
per il pagamento delle borse di studio; tasse universitarie sempre più
care...
È possibile credere che la colpa di tutto
questo sia dello “scarso impegno” o dell’incapacità di adattamento dei giovani?
L’impressione è
che, come al solito, “si guardi al dito per non mirare la luna”:
◆ la spesa pubblica in educazione terziaria è pari a meno dell’1% del Pil, a
fronte di una media Ocse
dell’1,5%;
◇ la spesa per studente
risulta in media di 5.628 euro, contro una media Ocse di 8.455 euro;
◆ nessuna università italiana risulta tra le 100 migliori al mondo;
◇ negli ultimi 30 anni
la percentuale dei laureati è cresciuta meno che altrove (tra i 15 ed i
64 anni, solo il 15% delle persone è laureato o ha un titolo di
studio equivalente, a fronte di una media Ocse del 31% ed una media europea del
28%)?
Come ridare slancio all’Università?
Occorre una riforma organica basata su alcuni
principi base:
◆ superamento del
sistema “3+2” e della follia
dei “crediti universitari”, istituendo corsi di laurea quinquennali;
◇ abolizione del
“numero chiuso”, sostituendolo con una valutazione del merito in itinere. I test d’ingresso sono spesso “inadeguati” per una selezione degli
studenti più meritevoli, impedendo a ragazzi ancora immaturi di confrontarsi col
mondo dell’Università. Sarebbe preferibile aprire democraticamente le porte
“a tutti” ma selezionare meritocraticamente i migliori. Come?
Inserendo al primo anno accademico alcune materie fondamentali sulle quali
testarne l’attitudine e consentendo il proseguimento degli studi “solo” a
coloro che avranno sostenuto tutte le materie previste o che avranno maturato una
media voti elevata;
◆ introduzione del “principio duale” (la
contemporaneità della formazione di carattere teorico, che si svolge in aula, e
professionale, che si acquisisce in azienda), superando il “principio
sequenziale” fin qui adottato (secondo il quale la formazione professionale
segue quella di carattere teorico). Si tratterebbe di favorire la formazione
professionale in itinere, ad esempio rendendo obbligatori i tirocini curriculari
e coinvolgendo nell’insegnamento professionisti che operano sul campo;
◇ miglioramento dell’orientamento
universitario, indirizzando i ragazzi nella scelta dei percorsi di studi
che offrono più prospettive di lavoro (ad esempio, offrendo borse di studio
premianti a coloro che scelgono le facoltà scientifiche);
◆ potenziamento
del diritto allo studio, assicurando l’effettiva
erogazione di tutte le borse di studio assegnate, approntando piani di
investimenti in edilizia studentesca e garantendo agli studenti tariffe agevolate per l’utilizzo
dei mezzi di trasporto pubblico.
+ RICERCA
Il nostro Paese si
colloca al 15simo posto in Europa per investimenti in ricerca e sviluppo, preceduto persino da
Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia e Slovenia.
Secondo l’Ocse, nel 2011 l’Italia ha investito solo l’1,09% del proprio Pil in tale
settore: numeri da “terzo mondo”, considerando che, tra i paesi più
industrializzati, solo il Sud Africa fa peggio (con lo 0,92%).
Investono nettamente più del 2%
del proprio Pil, invece, la Francia (2,11%), la Danimarca (2,43%), l’Austria
(2,45%), la Germania (2,53%), gli Usa (2,62%), l’Islanda (2,78%), la Svizzera
(2,9%) la Corea del Sud (3,23%), il Giappone (3,39%), la Finlandia (3,45%), la
Svezia (3,73%) e Israele (4,53%).
Che
futuro può avere un Paese che ha abbandonato l’agricoltura
(surclassato dalle merci a basso costo provenienti dal Mediterraneo), arretra sempre più nel campo manifatturiero
(non potendo seriamente competere con la solida manifattura tedesca o l’emergente
industria cinese) e rinuncia persino
ad investire sul proprio capitale umano?
Occorre
ridare “centralità” alla ricerca ed allo sviluppo tecnologico.
Ecco da dove e come ripartire:
◆ maggiori investimenti nella ricerca,
ponendosi l’obiettivo minimo di raggiungere il 2% del Pil in investimenti nel
settore nell’arco temporale di 3-5 anni;
◇ maggiori incentivi alle imprese per l’innovazione
tecnologica, ad esempio detassando gli investimenti privati in ricerca
ed abolendo l’Irap;
◆ realizzazione della “banda ultra larga”
(o
fibra ottica) in tutto il Paese;
◇ costituzionalizzazione del diritto al “libero accesso
a Internet”, inserendo un apposito richiamo all’interno dell’articolo 21 sulla libertà
di stampa e di parola.
Troppo
poco ci si occupa dello
“spread digitale” (o “digital divide”) che distanzia l’Italia dal resto del
mondo sviluppato.
◆ terzultimo come percentuale di popolazione che si connette alla rete
almeno una volta a settimana (preceduto persino da paesi come Cipro,
Croazia e Polonia, avanti solo a Bulgaria e Portogallo);
◇ penultimo per la copertura di internet veloce (o Adsl) sul territorio
nazionale (solo l’Irlanda fa peggio di noi);
◆ ultimo per la copertura di internet superveloce (o fibre ottiche),
coprendo solo il 10% del territorio (la
Francia copre il 20% ed ambisce al 37% entro il 2015 ed al 100% nel 2025, il Portogallo
il 60%, la Svizzera il 90%, la Corea ed
il Giappone il 100%).
Oltre il 41% degli italiani non è “mai” entrato in
rete: il doppio o il triplo rispetto alla Francia (24%), la
Germania (17%) o
il Regno Unito (10%).
Quando si parla di “alta
velocità” che manca, allora,
si
dovrebbe in primis avere in mente l’arretratezza della nostra rete internet.
Il Tav Torino-Lione (linea
ferroviaria destinata a “far volare” in Europa le merci provenienti dalla Cina
dopo una lenta traversata transoceanica) ci costerà tra i 15 e e i 20
miliardi di euro: le stesse risorse che basterebbero a collegare il 100% degli italiani ad Internet superveloce.
La
differenza?
Realizzare
la banda ultralarga in Italia comporterebbe un aumento del Pil, ogni anno e
fino al 2030, dall’1,5% (secondo le stime più pessimiste della commissaria
europea per l’Agenda digitale, Neelie Kroes) al 3% (secondo l’Osservatorio “I costi
del non fare”, di Andrea Gilardoni).
Il futuro di
questo Paese, allora, dipenderà dalla lungimiranza della politica nello scegliere la strada
giusta.
E l’impressione è che la banda ultralarga
rappresenti l’autostrada tecnologica di cui l’Italia ha più bisogno per
ricominciare a correre.
+ OPPORTUNITÀ
La
ricerca di un lavoro per i giovani si è trasformata in un “percorso ad ostacoli”.
Come
rimuovere le principali barriere che intralciano il raggiungimento di questo
traguardo?
◆ Più liberalizzazioni. Gli
ordini professionali spesso rappresentano il primo ostacolo all’ingresso di
giovani leve nel mondo delle professioni: non stupisce che, tra gli oltre 2
milioni di iscritti agli ordini, appena il 9,4% abbia meno di 30 anni (un
notaio su due ha più di 50 anni, quasi tre medici su quattro sono over 45!).
◇ Meno burocrazia. Occorre
“sburocratizzare” le procedure per avviare un’impresa o un’attività commerciale,
creando una rete di sostegno alle nuove imprese.
◆ Più sgravi fiscali. Serve
favorire l’assunzione dei giovani nel mercato del lavoro, abbattendo quel cuneo
fiscale che rende alle imprese diseconomico assumere e ai lavoratori troppo leggera
la busta paga.
◇ Crediti agevolati. Necessita
sostenere i giovani che vogliano intraprendere un’attività d’ingegno o d’impresa,
in quanto i più penalizzati dal
sistema bancario: secondo le stime della Banca Mondiale, il tasso di esclusione dal credito in Italia è del 25%, uno
dei più elevati dell’Unione Europea.
- PRECARIETÀ
La
precarietà è divenuta una drammatica “condizione esistenziale” per
molti giovani.
Come
combatterla efficacemente?
Ecco alcuni prioritari
interventi:
◆ Riforma degli stage. Occorre incentivare i tirocini “curriculari” (introducendo quantomeno
il diritto del tirocinante ad un rimborso spese) e vietare gli stage “extracurriculari”
(chi termina gli studi e svolge un’attività presso
un’azienda deve essere regolarmente assunto e retribuito, ad esempio con
contratto di apprendistato).
◇ Riforma
del lavoro. Serve ridurre le molteplici forme contrattuali esistenti (prevedendone solo quattro per i lavoratori dipendenti: contratto
di apprendistato, part-time, a termine e indeterminato) e rendere più conveniente assumere a tempo indeterminato.
◆ Riforma
del welfare. Necessita unificare il sistema dei diritti e delle tutele dei
i lavoratori (superando
l’attuale divisione tra un mercato del lavoro di serie A “super tutelato” ed
uno di serie B) ed introdurre un’indennità
di disoccupazione (o reddito minimo garantito).
◇ Piano casa per i giovani. Si rende opportuno concedere ai giovani “mutui
agevolati” per l’acquisto della prima casa, ed esentare dall’Imu le prime
case per i redditi più bassi e le seconde qualora destinate in dote ai figli.
- GERONTOCRAZIA
Quel
giorno in cui anche l’Italia potrà vantare un ministro del Lavoro “under 40”,
forse la politica eviterà certe “gaffe” ed avrà una maggiore consapevolezza delle reali problematiche delle
ultime generazioni.
Per obbligarla ad
aprirsi di più ai giovani in un paese sempre più “a misura di pensionato”, perché non riconoscere in Costituzione il
diritto di voto già a 17 anni?
In conclusione, non esistono riforme “a costo zero”, salvo
dovute eccezioni (come in tema di liberalizzazioni, dove a mancare non sono
tanto le risorse quanto il “coraggio politico” di contrastare forti lobby).
Ogni
azione qui proposta ha un costo, che sarebbe più facilmente sostenibile
se l’Italia disponesse di una maggiore “salute finanziaria”.
L’arte della politica, però, implica sempre delle scelte.
Bastano alcuni dati: il bilancio delle
Regioni ammonta a “208 miliardi” (dato 2010), il gettito delle entrate
tributarie statali a “411 miliardi” (dato 2011), il bilancio generale
dello Stato a “780 miliardi” (dato 2012).
Se
si è convinti che la “questione giovanile” sia un’emergenza nazionale, le risorse vanno “ad ogni costo” trovate!
è
compito della politica stabilire “quanti” sprechi tagliare, “come”
razionalizzare la spesa pubblica improduttiva e “dove” prioritariamente
investire.
E, nell’attesa che un Parlamento di ultracinquantenni si accorga che il
Paese è composto anche da giovani, è consigliabile a quest’ultimi di fare affidamento
solo su se stessi…
Il
professore: “Lei promette bene, voglio darle un
consiglio: ha una qualche ambizione?(…). Se ne vada dall’Italia! Lasci l’Italia
finché è in tempo! Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi,
vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un
Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire(...). Qui
rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…”
Lo
studente: “E lei, allora, perché rimane?”
Il
professore: “Come perché? Mio caro, io sono uno dei
dinosauri da distruggere!”
(dialogo estratto dal film “La Meglio
Gioventù”)
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Mi interessa molto il tuo lavoro! Posso riprenderlo e pubblicarlo sul mio blog dato che mi sento molto vicina agli argomenti da te toccati?
RispondiEliminaCertamente,
RispondiEliminase di vostro interesse, autorizzo la pubblicazione (anche parziale o per estratti) dell’articolo, purché non se ne alteri il contenuto e se ne indichi l’Autore e la fonte.
Saluti...
Ti ringraziamo per averci inviato la mail e mostrato interesse nei confronti del nostro comitato InseriMenti Lab (contro le discriminazioni nell'inserimento lavorativo degli over 29 anni). Complimenti per il tuo impegno, le tue idee ci piacciono
RispondiEliminahttps://www.facebook.com/inserimentilab
inserimentilab.wordpress.com
Carissimo Gaspare, grazie per i tuoi interventi, sempre così precisi e puntuali. Ci siamo permessi di pubblicare il tuo lavoro nella sezione dossier di Liberalcafe.it
RispondiEliminahttp://www.liberalcafe.it/index.php/dossier/
Un caro saluto e a presto
Elisa Palmieri
Ho commentato qui, http://italiaemondo.blogspot.it/2012/11/dal-blog-panta-rei-di-gaspare-serra.html
RispondiEliminaIl dossier è molto interessante; pubblicato e con le dovute citazioni, una parte del tuo post.
RispondiEliminaSaluti a presto.
Un lavoro egregio su cui dovrebbero meditare tutti i candidati che si preparano per le prossime tornate politiche. Nel mio blog in questi ultimi tre anni mi sono occupato spesso di questi problemi, anche se ho 64 anni, vivo il dramma del lavoro molto da vicino sulla pelle dei miei figli.
RispondiEliminaE' vero che c'è la crisi e non si sa per quanto tempo potrà durare. Ma proprio per questo il problema va affrontato nell'immediato e non rinviato, con un doppio criterio: lavorare meno lavorare tutti; guadagnare meno guadagnare tutti. Che fanno riferimento al criterio unico della solidarietà. Invece ci raccontano che la solidarietà non è possibile e spesso ci aizzano l'un contro l'altro. Le stesse misure di innalzamento dell'età pensionabile sono state spacciate come una forma di solidarietà per i giovani, nei fatti stanno producendo e produrranno negli anni avvenire un gran quantitativo di posti in meno per i giovani. La strada maestra può essere perfino quella di ridurre le pensioni a partire dalle più elevate, ma va dato spazio ai giovani che cercano un lavoro stabile.
Questa economia se non dà una mano ai giovani sceglie il suo disastro, non ci può essere ripresa dei consumi se non si mettono i giovani in condizione di preparasi un futuro, una famiglia, una casa, un qualsiasi progetto. A me che sono anziano e al PRESIDENTE NAPOLITANO basta un brodino vegetale; le generazioni anziane non spingono il motore del consumo e della produzione.
Vanno creati alcuni istituti di welfare completamente rinnovati: il reddito minimo garantito per chi si trova in condizioni di particolare indigenza: ed un altro istituto necessario di welfare per chi cerca lavoro è la "retribuzione della disponibilità al lavoro" (non la chiamerei indennità di disoccupazione perché va data anche a chi non ha trovato un primo lavoro ma si rende disponibile inserendosi in liste di attesa).
Poi i Comuni che sono l'ente più vicino ai cittadini debbono farsi promotori di attività produttive; se non parte l'impresa privata deve partire qualche iniziativa pubblica. Impresa pubblica non deve significare lavorare in perdita. Concordo sui tuoi suggerimenti relativi alla sburocratizzazione e all'abbattimento dei privilegi dei vari ordini.
Saluti
francesco zaffuto
Penso che i politici che punzecchiano i giovani dandogli dei bamboccioni non abbiano torto, sono solo più sinceri di altri che gli lisciano il pelo affinchè le cose restino sempre uguali.
RispondiEliminaPerò, mi meraviglio del fatto che a rispondere a quelle esternazioni siano sempre i non bamboccioni, i non choosy e così via.
I veri bamboccioni e choosy non parlano mai e se ne guardano bene dal momento che il non fare nulla e vivere sulle spalle degli altri gli conviene.
Spero che questo Paese riscopra un po' d'amore per la giustizia e che la dignità umana torni ad essere uno dei diritti inviolabili dell'essere umano.
Solo così i non fannulloni non dovranno più difendersi non tanto dai presunti attacchi dei politici, ma dal comportamento dei loro (dei nostri) connazionali corrotti e fannulloni.
Io ho i miei principi e lotto da una vita contro il generale fancazzismo e sfiducia della massa, che stanno rovinando questo paese.
Perciò non mi sento piccata da presunte accuse di negligenza o di scarso impegno, anzi le parole crude dei politici sulla situazione giovanile, in passato, mi hanno fatto riflettere e decidere di cambiare, per vivere la vita che voglio vivere.
Spero che i giovani ritrovino la forza e l'impegno per produrre un cambiamento necessario al nostro paese e a loro stessi.
Un cordiale e affettuoso saluto.
Il vero problema è che i giovani vengono catapultati in un mondo, cioè in un’Italia, che fa di tutto per NON aver bisogno di loro.
RispondiEliminaCome si fa, in queste condizioni, a non essere depressi e sfiduciati, a non fare di tutto per andare all’estero oppure a decidere di non fare nulla per adattarsi alla situazione?
Come non giustificare, pur non approvandone la modalità, le proteste studentesche e gli scontri che si sono verificati nelle piazze italiane ed a Roma in particolare pochi giorni fa?
Nessuno, in questo Paese, sta cercando di difendere i diritti di noi giovani, anzi tutti quanto approfittano di noi: i politici e i sindacati non sanno nemmeno che esistiamo (già, loro devono prima pensare all’articolo 18, agli esodati, ai pensionati), il mondo della scuola deve prima pensare ai posti di lavoro e agli stipendi degli insegnanti, il mondo del lavoro ci rifiuta perchè non abbiamo esperienza oppure ci raggira con contratti miseri, a scadenza, senza forme di tutela, senza possibilità di avanzamenti di carriera, spesso senza il versamento di contributi previdenziali.
Non posso che augurare buona fortuna a tutti i giovani che hanno felicemente trovato qualcosa di meglio all’estero, so che sono molti.
A tutti quelli che invece, come me, hanno deciso di rimanere in Italia, consiglio di fare due cose: studiare e sognare.
Studiare ed applicarsi per poter imparare un lavoro, naturalmente, ma anche studiare le mosse della politica, perché è proprio dalla politica che dipende il nostro futuro.
Non ho parole!
RispondiEliminaHo letto e riletto e posso solo complimentarmi con Gaspare Serra che ha descritto con molta semplicità e chiarezza tutto quello che noi siamo!
…....... /)
RispondiElimina……... ( , )
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……..|░░░|☆ Feliz _(♥)_
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