02 giugno 2012
LA “BAGGIANATA” MILITARE
PER UNA REPUBBLICA
“SOLIDALE” (NON “MILITARE”!)
PER UNA REPUBBLICA FONDATA
SUL LAVORO (NON SULLE ARMI!)
IO, IL 2 GIUGNO,
RICORDO… MA NON FESTEGGIO!
Ricordo i partigiani (donne,
studenti, contadini) che hanno dato la vita (ben sapendo di rischiare la
vita) per il loro “sogno di libertà”... per la nostra “idea di democrazia”.
Ricordo i comunisti, i socialisti, gli azionisti, i democristiani,
i liberali che, pur divisi dalle loro ideologie (in un’epoca in cui la Politica aveva
ancora un valore), hanno saputo far fronte comune contro il comune “nemico
della libertà” (il fascismo).
Ricordo i nostri giovani Padri
costituenti (l’età media dell’Assemblea era di 41 anni, contro
i 59 dell’attuale classe dirigente!) che, pur divisi da diverse
appartenenze politiche, hanno redatto in poco più di un anno una
Carta costituzionale ancor oggi attualissima e fondamento incrollabile della Repubblica.
Ricordo… ma non festeggio!
Non festeggio una Repubblica che ha tradito il suo
spirito fondativo, ovvero il suo
carattere “democratico” e la centralità del “lavoro” (il “porcellum” nega
agli elettori persino il diritto di scelta dei propri rappresentanti in
Parlamento, mentre la disoccupazione sfiora oggi l’11%, toccando quota 35%
tra i giovani e 51% tra le giovani donne del Mezzogiorno!).
Non festeggio una Repubblica che, a 150
anni dalla nascita dello Stato, non è stata capace di unificare un Paese ancor
oggi profondamente diviso (la Questione Meridionale è ancor lungi dall’essere
un retaggio del ‘900 -il gap infrastrutturale tra nord e sud del Paese e
tra l’Italia intera ed il resto d’Europa è bel lontano dall’essere sanato- e, ad
essa, si aggiunge oggi una nuova “Questione settentrionale”).
Non festeggio una Repubblica che, a 66
anni dalla sua nascita, non è stata capace di garantire al sud un’economia
legale e governi locali trasparenti ed efficienti (ancor oggi interi
territori sono sotto il controllo della criminalità organizzata e quartieri come lo Zen a Palermo o Scampia a Napoli rappresentano plasticamente la sconfitta dello Stato!).
Soprattutto non festeggio
una Repubblica che non ha ancora dato un nome ed un volto ai mandanti della
prima strage di Stato della sua storia, quella di Portella della Ginestra
del ‘47, come delle ultime stragi di Capaci e via D’Amelio del ‘92 (chi ha
sottratto e che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino?).
Non festeggio una Repubblica “delle Caste”, incapace di liberalizzare l’economia e smantellare la lunga serie di privilegi appannaggio esclusivo delle
numerose lobby e corporazioni (che prospettive può avere un’economia non in grado di
liberalizzare nemmeno il settore farmaceutico o della vendita dei carburanti?).
Non festeggio una Repubblica “delle poltrone”, incapace
di alleggerire i numerosi carrozzoni della pubblica amministrazione (cominciando dalle municipalizzate), di
abolire la miriade di enti inutili operanti a spese dei contribuenti (dagli
anni ‘70 -dall’istituzione delle Regioni ordinarie- si attende l’abolizione
delle province!) e di ridurre i costi esorbitanti ed ingiustificati della politica (che fine ha fatto il promesso dimezzamento del numero dei parlamentari? E
perché le più alte Istituzioni del nostro Stato -Quirinale e Parlamento- ci costano
“2 miliardi” l’anno, contro i 900 mila euro dell’Eliseo e del Parlamento
francese ed i meno di 500 mila delle pari istituzioni di tutti i restanti paesi
al mondo?).
Non festeggio una Repubblica che chiede ai cittadini un sacrificio fiscale “senza
pari” in Europa, forse “unico” al mondo (nel
2012 la pressione fiscale supererà il 45% del Pil!), senza, al contempo,
offrire i migliori servizi pubblici al mondo (come può il nostro Stato “azzerare” il fondo nazionale per la disabilità, ovvero i già insufficienti
150 milioni di euro destinati a due milioni e mezzo di disabili?!).
Non festeggio una Repubblica che “ripudia la guerra” (art. 11) ma non trova
modo migliore di autocelebrarsi che mostrare i muscoli, esibire la propria
forza d’armi, far sfilare militari e macchine da guerra come in piena
guerra fredda (e, per di più, spacciandole per “colombe di
pace” disseminate per il mondo!).
Che senso ha l’acquisto –confermato
dal governo Monti, pur ridotto nel numero- di ben 90 cacciabombardieri
F-35 (dal costo di “140 milioni” di euro l’uno, per una spesa complessiva
di oltre 10 miliardi)?
Vere e proprie “colombe di
pace”… anche se concepite per trasportare testate nucleari!
In Libia -per
citare l’ultimo intervento militare del nostro Paese- le popolazioni temevano
più un solo caccia italiano che un intero stormo di piccioni in volo!
Alimentare in qualsiasi modo le spese militari vuol dire incentivare quella “cultura
belligerante” che spaccia sempre più spesso la guerra come unica prospettiva possibile.
Per essere “costruttori di pace”, piuttosto, occorre opporsi al Sistema!
Le forze armate hanno già una loro festa, che si
celebra il 4 novembre (data che ricorda l’inutile strage della prima
guerra mondiale).
Perché, allora, “militarizzare”
anche il 2 giugno?!
La parata militare è una contraddizione inaccettabile allo
spirito della nostra Costituzione, che
sancisce espressamente il “ripudio della guerra”.
Non festeggio il 2 giugno ancor più quest’anno, infine,
perché credo che, piuttosto che far sfilare in alta uniforme militari, forze
dell’ordine e “crocerossine” (offrendo l’ennesima vetrina d’onore a
Presidenti, Ministri e politici riciclati dalla Prima Repubblica), il tutto al
“sobrio” costo di 4 milioni di euro, sarebbe stato preferibile annullare la
“sagra dello spreco e dell’insensibilità sociale” messa in mostra a Roma -così come
definita dall’on. Di Pietro- sia “in ricordo” delle vittime
del recente terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna sia “in soccorso”
delle migliaia di superstiti e sfollati.
Sobria o non sobria, la parata fermamente
voluta dal Presidente Napolitano appare semplicemente inutile, retorica,
anacronistica, dispendiosa e, soprattutto in questi momenti,
“inopportuna”!
Più che di parole quello di cui il Paese ha bisogno
sono le azioni e gli esempi (anche simbolici!).
Mentre il Governo aumenta l’accisa sulla benzina per far fronte all’ennesima
calamità, tra l’altro in una fase di recessione economica e crisi sociale
(drammaticamente testimoniata dalla serie di suicidi a cui
si è assistiti) era davvero necessario, ragionevole, opportuno “gettare
al vento” 4 milioni di euro -o anche 1 solo euro che fosse!- per
organizzare una parata?!
Se ricordare i morti è doveroso, ancor
più lo è offrire la massima assistenza ai superstiti, per i quali i minuti
di silenzio o le citazioni ufficiali hanno poco più che un “effetto
consolatorio”.
Ogni euro speso per qualsiasi celebrazione, così, è un euro sottratto a un possibile ulteriore intervento in favore delle
popolazioni colpite dal sisma!
Non
si onora forse meglio la Repubblica dimostrando concreta solidarietà ai
terremotati più che guardando sfilare uomini medagliati?!
“Becero populismo”?
Io lo definirei “semplice buon senso”!
Abolire la “sfilata in armi” (non la
festività del 2 giugno, per intendersi) sarebbe stato un gesto non di
debolezza bensì di sensibilità nei confronti dell’opinione pubblica e di vicinanza alle popolazioni terremotate.
Un modo sobrio per ricordare
agli Italiani come lo Stato si senta vicino ai suoi concittadini più in
difficoltà.
Sarebbe stato più apprezzabile, ad esempio, se il Presidente della
Repubblica, piuttosto che sfilare ai Fori imperiali, si fosse recato a Medolla
e a San Felice sul Panaro per porre le sue condoglianze ai familiari delle
vittime.
Arnaldo
Forlani, da ministro della Difesa, nel 1976 sospese la parata per dirottare
uomini e mezzi in Friuli in aiuto delle popolazioni colpite dal terremoto.
La stessa sensibilità,
evidentemente, è mancata al nostro Capo dello Stato…
Ma siamo sicuri che la proposta di abolire la parata
sarebbe stata accolta allo stesso modo se, piuttosto che pervenire da due forze
d’opposizione al “governo del Presidente” (l’Idv e la Lega), fosse partita
dal tanto sobrio quanto indiscusso Premier Monti? (!)
Non festeggio il 2 giugno, in
conclusione, perché credo ci sia poco da festeggiare e molto da lavorare…
In previsione dell’anno venturo, perchè non sostituire alla parata militare una marcia aperta a famiglie, lavoratori, studenti, familiari delle vittime di mafia ed esponenti
della cultura e della società civile, ovvero a tutte le forze sane e vive
della Repubblica?
Perché non celebrare una Repubblica fondata sul lavoro
piuttosto che sulle armi (sugli Italiani piuttosto che sui loro arsenali)?
Perché non celebrare il 2 giugno, in poche parole, l’Italia che “ripudia
la guerra”?
♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞♞
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)


Nessun commento:
Posta un commento