20 aprile 2012

FAMIGLIE, “DI FATTO”


CONDIVERE CASA, AFFETTI, SENTIMENTI…
PERCHE’ NON ANCHE DIRITTI?
Sono in continuo aumento le convivenze “more uxorio”, sia etero che omosessuali.
“Famiglie di fatto” a tutti gli effetti ma che, per lo Stato italiano, semplicemente “non esistono”, sono “invisibili”: individui che, pur condividendo stessa vita, stesso tetto e magari anche dei figli, sono considerati alla stregua di estranei (al massimo, coinquilini!).


Nel miglior dei casi il discrimine tra l’esser riconosciuti come famiglia o l’essere “coppie invisibili” risiede nella libera scelta della coppia etero di non convolare in nozze; nel peggiore, il discrimine sta, invece, nella diversità sessuale della coppia omosex, alla quale la scelta di sposarsi è in ogni caso preclusa.
Non va dimenticato, poi, come per molte coppie la convivenza risulta una scelta obbligata: nel caso di partner proveniente da una precedente esperienza matrimoniale e intenti a costruirsi una nuova vita, gli estenuanti tempi processuali per ottenere una sentenza di divorzio costringono spesso a convivere per anni in attesa dell’ottenimento dello “stato libero”.


FAMIGLIA O “FAMIGLIE”?

Cos’è la “famiglia” oggi?
Il modello familiare stile “Mulino bianco” sembra oramai la foto ingiallita di una società d’altri tempi

La realtà sociale italiana, difatti, è profondamente mutata, come conferma l’ultima ricerca del Censis (“I valori degli italiani”) dalla quale emergono dati sorprendenti:
-                      aumentano le coppie di fatto (se ne sono costituite 541mila nel periodo 1998/2009, raggiungendo un totale di “881mila”);
-                      aumentano le coppie non sposate con figli (nel periodo 2000/2010, ne sono sorte “274 mila”);
-                      aumentano le famiglie composte da un solo genitore (nello stesso periodo, se ne sono costituite “345mila”);
-                      aumentano le “famiglie ricostituite”, ovvero formate da partner con un matrimonio alle spalle (“1.070.000”);
-                      aumentano i componenti delle unioni formatesi al di fuori del matrimonio (le quali, includendo i figli, conterebbero oltre “2,5 milioni” di unità);
-                      aumentano le coppie omosex (oltre “100 mila”, su una popolazione stimata di circa “5 milioni” di omosessuali);
-                      aumentano gli italiani che hanno sperimentato almeno una volta nella vita una forma di convivenza libera o informale (“5,9 milioni”);
-                      aumentano i figli nati al di fuori del matrimonio (dei 500.000 bambini che ogni anno nascono nel nostro Paese, “100.000” appartengono a coppie di fatto, statisticamente più prolifiche di quelle sposate);
-                      ed aumentano i bambini cresciuti da coppie omosessuali (già oggi, secondo altre ricerche, circa “100 mila”).
 
A questa emergente realtà fa da contraltare:
-                      la diminuzione delle unioni matrimoniali (negli ultimi 40 anni, dalle 419.000 del 1972 alle 217.000 del 2010; tra il 2000 e il 2010, i matrimoni sono diminuiti ulteriormente del 23,7 per cento, ovvero di 67.334 unità);
-                      la diminuzione delle coppie coniugate con figli (nel periodo 2000/2010, “739mila in meno”);
-                      e la maggiore “instabilità” delle coppie sposate rispetto a quelle di fatto con prole (le statistiche sanciscono che le famiglie di fatto, quando nascono i figli, hanno una tenuta maggiore rispetto a quelle sposate, le quali più facilmente ricorrono a separazioni e divorzi).

Tutto ciò impone alla nostra attenzione -oserei dire, alla nostra “coscienza”- alcuni interrogativi:

1-                  Ha senso continuare a parlare di “famiglia” nel senso tradizionale del termine o, piuttosto, bisognerebbe parlare di “famiglie”?

2-                  Ha senso far discendere dal solo vincolo matrimoniale una serie di diritti, benefici, tutele, “privilegi” tassativamente preclusi ad ogni altra forma di stabile convivenza?

3-                  Fino a che punto la scelta dei genitori di sottrarsi ai doveri (dunque anche ai diritti) coniugali può esser penalizzante per chi è partecipe della loro scelta pur non avendo alcuna voce in capitolo, ovvero i figli?
(ancor oggi il nostro ordinamento prevede un’irragionevole “discriminazione di status” tra figli cd. legittimi e figli naturali!)

4-                  Se è nel pieno diritto di ogni coppia eterosessuale accedere al matrimonio, perché negare una pari opportunità a quelle coppie che hanno come unico carattere distintivo una diversa sessualità?
Come possono essere le scelte sessuali di una coppia (mere “questioni di letto”) il discrimine tra il poter assurgersi a “famiglia” e l’aver per sempre preclusa tale aspirazione?


COS’È “FAMIGLIA”?

Che cos’è “famiglia” oggi?
Ogni unione fondata sul vincolo formale e civilistico del matrimonio o, piuttosto, ogni legame tra due partner consacrato sull’altare informale dei sentimenti, fondato sul naturale “bisogno di amarsi”, di legarsi stabilmente per progettare una vita comune?

Appare mero buon senso, allora, riconoscere come famiglia “qualsiasi comunità fondata su vincoli affettivi e caratterizzata dal rapporto di convivenza” (come già stabilisce il DPR n. 223del 1989, ma solo ai fini anagrafici).
Famiglia, prescindendo da etichette, formalità e conformismi, non è tanto -o non è solo- ciò che è consacrato su un altare o registrato da un ufficiale di stato civile, bensì ogni unione capace di coniugare insieme “amore” e “responsabilità”: quella responsabilità necessaria per assumersi dei doveri, per crescere insieme, per superare incomprensioni, per affrontare i problemi quotidiani, per condividere con il proprio partner gioie e difficoltà della vita…

Viviamo in una “società multifamiliare”: di questo -prescindendo dai giudizi che ognuno può trarre- possiamo solo farcene una ragione…
Ma la diversità delle forme -per così dire, dei “format”- familiari non rappresenta necessariamente alcuna “degenerazione” dei valori della famiglia quando, alla base della scelta della convivenza, risiede un solido legame affettivo, un rapporto di profondo amore e rispetto reciproco.
La famiglia di fatto, in altri termini, può essere giudicata una famiglia “sui generis” senza per questo dover essere considerata una famiglia “de-genere”!


“LIVE AND LEFT LOVE!”

La libertà sessuale è ancora un “tabù” nel nostro Paese, causa di profonde divisioni politico-ideologiche.
Ma libertà sessuale è semplicemente “libertà di amare” e di comportarsi secondo le proprie inclinazioni.
Tra tutte le libertà individuali, poi, questa è quella più intima e inoffensiva, non potendo mai ledere la pari libertà degli altri.
“Amare” fuori dagli schemi potrà essere peccato per la Chiesa ma non può mai essere né reato (come ancora lo è in molte parti del mondo… in almeno 38 stati africani!) né causa di discriminazione.
In Italia, al contrario, cittadini gay, lesbiche e transgender sono condannati ad una condizione di “minorità di diritti” rispetto ai loro pari europei (basti ricordare l’assenza di norme generali antidiscriminatorie che condannino espressamente l’omofobia…).
Una ragione in più per continuare una battaglia culturale, di civiltà, per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi (quali la libertà, la laicità, i diritti civili) che non riguardano né “gli altri” né “alcuni”, bensì tutti noi.


Leggi anche il dossier: “COPPIE, INVISIBILI


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RIFERIMENTI FACEBOOK:

ETICA E LAICITA’! (Liberi di scegliere, liberi di essere…)


7 commenti:

  1. COPPIE INVISIBILI, FAMIGLIE DI FATTO…

    FAMIGLIA O “FAMIGLIE”?

    Sono in aumento le convivenze “more uxorio”, “famiglie di fatto” a tutti gli effetti ma che, per lo Stato italiano, semplicemente “non esistono”, sono “invisibili”.
    “881mila” le coppie di fatto in Italia (di cui oltre “100 mila” unioni gay); “100 mila” i figli che ogni anno nascono al di fuori del matrimonio (e “100 mila” i bambini già cresciuti da coppie omosessuali); “2,5 milioni”, nel complesso, i componenti delle nuove famiglia “non convenzionali” (dati Censis).

    Numeri che fanno impressione e che ci impongono molti interrogativi:
    Che cos’è la “famiglia” oggi?
    Ha senso continuare a parlare di “famiglia” nel senso tradizionale del termine o, piuttosto, bisognerebbe parlare di “famiglie”?
    Ha senso far discendere dal solo vincolo matrimoniale una serie di diritti, benefici, tutele, “privilegi” preclusi ad ogni altra forma di stabile convivenza?
    Perché non offrire l’opportunità a quelle coppie di fatto che rifiutano il matrimonio di esser in qualche forma riconosciute (senza per questo rivendicare gli stessi diritti delle coppie sposate)?
    Se è nel pieno diritto di ogni coppia eterosessuale accedere al matrimonio, perché condannare ogni coppia omosessuale all’“inesistenza giuridica” solo in ragione del proprio diverso orientamento sessuale?
    Cosa giustifica il fatto che, per una coppia di giovani che decida di costituire una famiglia “al di fuori del matrimonio”, vivere in Italia piuttosto che in Francia, Svizzera, Germania o Spagna ancor oggi faccia una grossa differenza?
    E fino a quando l’Italia rimarrà “fanalino di coda” in occidente in materia di diritti civili?

    Questi alcuni dei temi dibattuti nelle due analisi che pongo alla vostra attenzione:
    - il saggio breve “FAMIGLIE, DI FATTO”;
    - e il dossier di denuncia “COPPIE, INVISIBILI”.


    Cordiali saluti,
    Gaspare Serra

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    1. Lo dice anche la Bibbia:"Dio creò l'uomo maschio e femmina, solo dopo li separò"

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  2. Certo! Solo che il VATICANO ha messo la mordacchia da tempo. Saluti da Sar.

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  3. L'AMORE NON E' FATTO DA BACI

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  4. Un’obiezione è generalmente opposta da chi si oppone al riconoscimento delle coppie di fatto e dei matrimoni gay, ovvero: “perché non sposarsi?”…
    A tale obiezione, però, non è difficile rispondere con altre due controbiezioni:

    PRIMO:
    Tale critica non può farsi valere per le “coppie omosex”, difatti:
    - mentre ogni coppia etero può benissimo vantare i diritti di ogni coppia sposata semplicemente convolando a nozze (con rito religioso o civile)
    - tale facoltà è, a priori, preclusa a ogni coppia gay!
    Si tratta di una “discriminazione intollerabile” in una società civile, democratica e liberale.
    Uno Stato di diritto non può impedire ad una coppia di “formarsi in famiglia” solo in ragione della sua “diversità sessuale”: essere una minoranza -come indubbiamente lo sono le coppie gay- non può voler dire non aver titolo ad alcun diritto (essere “invisibili” dinanzi alla legge!).

    SECONDO:
    Per quanto attiene le coppie etero, una ragione per non sposarsi evidentemente c’è: la volontà di “non formalizzare” in maniera rigida la propria unione (chi si sposa, ad esempio, deve accettare anche l'obbligo di fedeltà coniugale e sa bene come separarsi non sia affatto semplice e “indolore” in Italia…).
    Chi non si sposa probabilmente non crede nel "mito" dell'Amore eterno...
    Ma -pragmaticamente parlando- occorre promettersi "amore eterno" per formare una famiglia?
    Io credo di no...

    In secondo luogo, il “buon senso” deve esser tiranno: qui nessuno -almeno non io- rivendica una “piena parificazione” tra coppie sposate e non!
    L’ordinamento, però, non può “del tutto ignorare” l’esistenza di stabili convivenze (quasi “900 mila”, secondo l’Istat).
    Consentire loro -se lo vogliono- di essere riconosciute (ad esempio, istituendo appositi “registri delle coppie di fatto”):
    - non dovrebbe voler dire riconoscer loro “gli stessi diritti” delle coppie sposate, bensì un “nucleo minimo ed essenziale di diritti”, che maturerebbero non automaticamente ma a date condizioni (ad esempio, se non è ragionevole riconoscere la pensione di reversibilità ad una coppia convivente da due anni, perché non ad una coppia unita da 20 anni?);
    - e non dovrebbe comportare solo il riconoscimento di “diritti” ma anche l’attribuzione di “doveri” (ad esempio, al diritto del partner debole di beneficiare di una forma di mantenimento a seguito di separazione corrisponderebbe il dovere, in capo all’altro, di provvedere all’assistenza…).

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  5. La "diversità" è sempre una valore (in natura dalla "biodiversità", ad esempio, nasce e si mantiene la vita...), compresa la diversità di opinione...

    L'unica cosa che sottolineo è che bisognerebbe avere più rispetto per "gli altri" (chiunque gli altri siano), senza chiedersi troppi "perché" e senza vantare alcuna "superiorità morale"...
    (e con ciò faccio un ragionamento più generale...).

    "PERCHE’ NON SPOSARSI?"
    Francamente non m'importa (anche se personalmente credo nel matrimonio -sia pure non religioso-).
    La domanda è un'altra: perché “discriminare” chi fa tale scelta?
    Già, perché chi è contro il riconoscimento delle unioni civili non difende né la famiglia tradizionale né il matrimonio, bensì semplicemente si pone "contro" altri: si oppone al riconoscimento di un "nucleo minimo" di diritti e tutele per le convivenze stabili.
    Ma perché mai riconoscere “più diritti” ad altri (cittadini come noi, "contribuenti" come noi...) dovrebbe ledere i nostri diritti acquisiti???

    Nel caso delle coppie omosex, poi, ci si chiede "PERCHE’ SI E’ GAY?"
    Francamente né me lo chiedo (forse perché so di non saper rispondere...) né m'importa: l'importante nella vita è esser se stessi, ricercare a felicità e sentirsi bene con gli altri!
    Quindi ritengo quantomeno azzardato, ad esempio, definire l'omosessualità una "turba legata ad una conflittualità affettiva..." (come da me letto in alcuni commenti in rete…).
    Non m'importa, difatti, "cosa sia": l'importante è riconoscere come una coppia gay sia in grado di amare allo stesso modo (se non più) di me!
    Punto.
    Allora perché sostenere che famiglia siamo solo "noi" (etero) e che "loro" non possono esserlo???
    Chi si dice contrario ai matrimoni gay, difatti, sottintende inevitabilmente proprio questo pregiudizio!

    Il diritto non deve mai fare "la morale" ai cittadini ma, semplicemente, disciplinare la civile convivenza.
    Per questo, prescindendo dalle opinioni di ognuno, il nostro ordinamento non può più ignorare che esistono ad oggi quasi "900 mila" coppie di fatto "inesistenti" per lo Stato!
    Il legislatore, allora, si dovrebbe limitare a interpretare e regolare la realtà, piuttosto che a "giudicarla"...

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  6. Rendo qui noto il commento pervenutomi (in merito all'articolo in oggetto) dalla segreteria vescovile di Chioggia:

    "Tutti chiedono diritti e riconoscimenti, ma pochi riconoscono diversità e i doveri. Ognuno faccia come crede ma non pretenda tutte le omologaziini dagli altri che possono pure considerare disordine quello che per loro non lo è".


    In merito, allora, mi permetto una sola osservazione:
    Nessuno chiede alla Chiesa di approvare le unioni civili o i matrimoni gay.
    Ma sarà nostro diritto (in qualità di cittadini e "contribuenti" italiani) quello di avanzare simili pretese quantomeno nei confronti dello Stato "laico, libero e democratico" che dovrebbe rappresentarci tutti???

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