20 aprile 2012

COPPIE, “INVISIBILI”

UNIONI DI FATTO:
DISCRIMINAZIONI “DI DIRITTO”?
“881mila” sono le coppie di fatto in Italia (di cui oltre “100 mila” unioni gay); “100 mila” i figli che ogni anno nascono al di fuori del matrimonio (e “100 mila” i bambini già cresciuti da coppie omosessuali); “2,5 milioni”, nel complesso, i componenti delle nuove famiglia “non convenzionali” (dati Censis).
Numeri che fanno impressione, che descrivono meglio di ogni altra considerazione la trasformazione cui è andata incontro la nostra società.
Ma a destar ancor più impressione è il fatto che questi siano numeri di una realtà “fantasma”: fantasma non in quanto “irreale” bensì in quanto del tutto “ignorata” dalle Istituzioni!

“Invisibili”: così sono per lo Stato italiano i conviventi more uxorio (etero come omosessuali, con o senza figli).
Individui “si”, famiglie “no” per il nostro ordinamento, il quale, non riconoscendogli alcun status familiare, pregiudica loro qualsiasi diritto.
Uno “status fantasma” che condanna migliaia di coppie a subire quotidianamente discriminazioni di ogni sorta (senza contare l’aggravante dell’omofobia che spesso peggiora la condizione di vita delle unioni gay).
Quando anche l’Italia compirà dei “Pacs” avanti in materia di diritti civili?


UNIONI CIVILI:
QUALE QUADRO EMERGE DAL RESTO DEL MONDO?

Numerosi sono gli Stati, in particolar modo occidentali, che (pur non ammettendo ancora il matrimonio gay) hanno riconosciuto in varie forme diritti civili alle convivenze stabili.
Ecco alcuni esempi significativi:
-                      In Francia, nel 1999, il Parlamento ha approvato i “pacs” (“patti civili di solidarietà”), contratti tra partner maggiorenni (etero o omosessuali) che consentono loro di acquisire gli stessi diritti delle coppie etero sposate (salvo la possibilità di ricorrere all’adozione di minori);
-                      In Germania, dal 2001, è riconosciuta alle coppie gay la possibilità di registrarsi sottoscrivendo un “contratto di vita comune”. Nel 2009, poi, la Corte Costituzionale Federale ha esteso tutti i diritti ed i doveri del matrimonio alle coppie dello stesso sesso registrate (i partner possono scegliere di assumere un unico cognome o lasciare ad ognuno il proprio; i parenti della coppia diventano parenti acquisiti; la coppia può ricorrere all’adozione; sono previste diverse soluzioni per l’eredità e la tassazione…);
-                      Nel Regno Unito, nel 2005, il “civil partnership act” ha disciplinato le unioni civili (anche omosessuali), equiparandole sia dal punto di vista dei diritti che dei doveri alle unioni coniugali (è prevista anche la possibilità di adottare bambini). Hanno fatto notizia le “nozze” di Elton John;
-                      In Svizzera, nel 2007, è stata introdotta l’“unione domestica registrata” per le coppie di fatto omosessuali (rimane loro preclusa la possibilità di adottare);
-                      In Austria, dal 2010, le “unioni civili” sono riconosciute per legge;
-                      In Lussemburgo, dal 2004, è in vigore una legge che istituisce le “unioni civili registrate”, di fatto equiparate a quelle sposate;
-                      In Ungheria, dal 2007, sono riconosciute le unioni civili eterosessuali (dal 2010, anche quelle omosessuali);
-                      In Slovenia, nel 2005, sono state riconosciute le convivenze civili (sia pur regolandone solo gli aspetti ereditari e finanziari);
-                      In Croazia, dal 2003, una legge disciplina gli aspetti finanziari ed ereditari (reciproco sostegno e diritto all’eredità) per le unioni civili (sia etero che omosessuali);
-                      In Repubblica Ceca, dal 2006, sono state introdotte le “unioni registrate” per le coppie delle stesso sesso (non è prevista l’adozione);
-                      Nella cattolicissima Polonia, dal 2004, le unioni civili sono legge;
-                      Nell’altrettanto cattolica Irlanda, dal 2011, sono riconosciute le coppie di fatto;
-                      In Finlandia, dal 2002, è in vigore una legge che riconosce alle unioni civili (sia etero che omosex) la stessa dignità delle coppie sposate (pur senza la possibilità di ricorrere alle adozioni);
-                      Nella lontana Nuova Zelanda, dal 2004, la legge garantisce alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle etero;
-                      In Brasile, nel maggio 2011, la Corte Suprema ha riconosciuto alle coppie gay “gli stessi diritti” delle coppie etero, aprendo la strada al riconoscimento delle unioni civili omosessuali pur in mancanza di un’apposita legge. I giudici si sono espressi all’unanimità a favore dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sottolineando come “nessuno dovrebbe essere privato dei propri diritti sulla base dell’orientamento sessuale”;
-                      L’Uruguay, nel 2008, ha approvato una legge per l’“unione concubinaria”, ovvero le coppie di fatto (sia etero che omosex): ogni coppia, dopo cinque anni di convivenza, potrà formalizzare la propria unione con l’iscrizione in un registro, così maturando gli stessi diritti di cui godono le coppie sposate;
-                      In Andorra, infine, dal 2005, è prevista la “registrazione delle unioni civili”, sia dello stesso sesso che di sesso diverso (ma le adozioni sono consentite solo alle coppie eterosessuali).


MATRIMONI GAY:
QUALE FOTOGRAFIA EMERGE DAGLI ALTRI PAESI?

Numerosi paesi si sono spinti sino a riconoscere ufficialmente anche i matrimoni gay, parificando in tutto e per tutto le unioni etero a quelle omosessuali.
Ecco i casi più emblematici:
-                      In Danimarca (già primo paese al mondo ad avere riconosciuto le unioni civili) dal 1989 è previsto un “partenariato registrato” per le coppie di fatto (anche omosessuali), mentre dal 2009 le coppie gay possono anche sposarsi (e adottare bambini);
-                      L’Olanda, dal 1998, prevede la possibilità per le coppie di fatto (di sesso diverso o uguale) di “registrarsi” nei comuni (con ciò acquisendo gli stessi diritti delle coppie sposate), mentre dal 2000 sono riconosciuti anche i matrimoni gay (proprio nei Paesi Bassi si è celebrato il primo matrimonio al mondo tra due lesbiche, l’1 aprile del 2001);
-                      Nella cattolicissima Spagna, dal 2005, la legge riconosce i matrimoni gay (persone dello stesso sesso, oltre che sposarsi, possono anche adottare bambini). Per le convivenze che non volessero convolare a nozze, invece, sono previsti i “registri delle coppie di fatto”;
-                      In Portogallo, dal 2001, sono riconosciute le “unioni di fatto” (dopo una convivenza effettiva di almeno due anni), dal 2011 anche i matrimoni gay (pur senza la possibilità di adottare);
-                      In Belgio, nel 2000, è stata introdotta una disciplina per le unioni civili, mentre nel 2003 l’istituto del matrimonio è stato aperto anche alle coppie dello stesso sesso (e dal 2006 è consentita alle stesse coppie, sposate o conviventi, l’adozione);
-                      In Svezia, dal 1994, sono riconosciute le unioni civili (anche dello stesso sesso) attraverso una “registrazione di partnership” (che permette loro anche di adottare figli). Dal 2009, inoltre, le coppie gay possono ufficializzare la loro unione con la Chiesa Evangelica Luterana;
-                      In Norvegia, nel 1993, è stata introdotta la “convivenza registrata”, mentre dal 2008 è riconosciuto il matrimonio gay (compresa la possibilità di adozione);
-                      In Islanda dal 1996 sono riconosciute le unioni civili, dal 2006 le coppie gay possono adottare i figli del partner e dal 2011 sono previsti anche i matrimoni omosessuali (la stessa premier, Johanna Sigurdardottir, ha potuto finalmente sposare la sua storica compagna);
-                      Negli Stati Uniti, ben otto Stati (tra cui il Vermont) hanno varato leggi sulle unioni civili, mentre cinque Stati (oltre ad un distretto federale) hanno riconosciuto i matrimoni gay: il Massachussetts, dal 2003 (con un provvedimento della Corte Suprema che ha dichiarato “discriminatorio”, perciò incostituzionale, escludere le coppie dello stesso sesso dal matrimonio); il Connecticut, dal 2008 (sempre con decisione della Corte Suprema); lo Iowa (ancora con decisione della Corte); il Vermont, dal 2009; il New Hampshire, dal 2010; infine, il distretto federale di Washington, dal 2009;
-                      In Canada, dal 2005, i matrimoni gay sono legali e consentiti anche a cittadini residenti all’estero;
-                      In Messico dal 2006 sono legge le “unioni civili”, mentre dal 2009 Città del Messico è la prima città dell’America Latina ad aver riconosciuto i matrimoni gay;
-                      In Argentina, dal 2010, sono stati riconosciuti i matrimoni tra persone dello stesso sesso;
-                      Anche il Sudafrica, infine, dopo aver riconosciuto alle coppie gay la possibilità di adottare nel 2002, nel 2006 ha riconosciuto i matrimoni gay (il rito civile è aperto a tutti, mentre la cerimonia religiosa è opzionale -le diverse Chiese possono rifiutarsi di celebrare queste unioni-).
DIRITTI CIVILI:
QUAL E’ IL QUADRO IN ITALIA?

Secondo un sondaggio realizzato nel lontano 1998 da Famiglia Cristiana (una fonte non certo sospetta di parzialità in favore delle libere convivenze…), il 72,2% degli italiani già allora si dichiarava favorevole a riconoscere alle unioni di fatto “gli stessi diritti” delle coppie sposate.
A fronte di questa apertura di credito della società italiana, però, il nostro ordinamento è ancora ben lontano dal prender atto dell’oramai irrimediabilmente mutato quadro sociale.
L’Italia, in tema di diritti civili, si attesta più vicino alle posizioni russo-cinesi che a quelle della generalità dei propri partner occidentali: pur annoverandosi tra i fondatori dell’Europa Unita, il nostro Paese si ritrova “fanalino di coda” nel Vecchio Continente!
E’ inquietante scoprire come la nostra legislazione in materia si avvicini più a quella di paesi non proprio “modello” quali l’Albania, la Bielorussia, la Bosnia Erzegovina, la Romania, la Russia, la Serbia, la Slovacchia… il Vaticano!
Se è vero che “quantomeno” i diritti umani vengono rispettati nel nostro Paese (diversamente dai 38 Stati dell’Africa dove l’omosessualità è punita alla stregua di un reato!), è anche vero che l’Italia risulta l’unico stato occidentale progredito in cui non è ancora presente alcuna legge né sulle unioni civili né tantomeno sui matrimoni gay!

Di chi la responsabilità?
Troppo facile ricordare che il nostro Paese ospita la sede temporale della Chiesa Cattolica (non proprio una tra le forze sociali più progressiste e modernizzatrici che vengano in mente…).
Troppo comodo limitarsi a denunciare le storiche e malcelate ingerenze clericali sulla vita politica italiana (anche paesi di consolidata tradizione cattolica -quali Francia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Polonia…- sono riusciti a fare passi da gigante in materia).
La verità è che la responsabilità principale dell’“impasse italiana” risiede nella scarsa lungimiranza e nell’arretratezza culturale della classe politica nostrana, rivelatasi tanto immatura quanto pavida nell’affrontare “a viso aperto” e “senza preconcetti” questioni etiche e sociali che avrebbero richiesto risposte laiche (ovvero imparziali) ed innovative (all’altezza dei tempi), piuttosto che infarcite (a destra) di “supino clericalismo” o (a sinistra) di “ipocrita perbenismo”!

Il risultato è che in Italia coesistono ancor oggi:
-                      famiglie di serie A (quelle sposate) e famiglie di serie B (quelle conviventi);
-                      coppie di serie A (quelle eterosessuali, cui è data la facoltà di sposarsi) e coppie di serie B (quelle omosessuali, cui tale facoltà è preclusa);
-                      figli di serie A (quelli “legittimi”, nati da coppie coniugate) e figli di serie B (quelli “naturali”, nati al di fuori del matrimonio).
La conclusione è che i diritti vengono troppo spesso considerati un “optional” piuttosto che lo strumento primario per riconoscere “uguale dignità” ad ogni individuo, indipendentemente dalle proprie scelte di vita o dal proprio orientamento sessuale.


COPPIE “INVISIBILI”, DIRITTI NEGATI…

Per una coppia di giovani che decide di costituire una famiglia “al di fuori del matrimonio” (o che non ha altra scelta, nel caso di unione omosessuale) vivere in Italia piuttosto che in Francia, Svizzera, Germania o Spagna fa una differenza di non poco conto…
Qualche esempio concreto?

Riconoscimento dei matrimoni gay celebrati all’estero.
Se due partner dello stesso sesso si sposano all’estero (in un paese ove è riconosciuto il matrimonio gay) per poi trasferirsi in Italia, per lo stato italiano i due non costituiscono alcuna famiglia!
Solo la Cassazione ha posto parzialmente rimedio a questa discriminazione (con sentenza n. 4184 del 15 marzo scorso) riconoscendo:
-                      che il matrimonio gay contratto all’estero non è “inesistente” per l’ordinamento interno;
-                      che le persone omosessuali conviventi sono titolari del diritto alla “vita familiare”;
-                      e che gli stessi possono agire in giudizio per reclamare un “trattamento omogeneo” rispetto alle coppie etero sposate.

Ricongiungimento familiare.
Se un cittadino italiano convive con un partner extracomunitario, il convivente straniero non vanterà alcun diritto al permesso di soggiorno per motivi familiari: anche nel caso in cui la coppia omosessuale fosse sposata all’estero, i due per il nostro stato civile risultano “perfetti estranei”!
Solo la giurisdizione ha posto parzialmente rimedio a tale discriminazione (col pronunciamento del Tribunale di Reggio Emilia del 13 febbraio scorso, cui è seguita la citata sentenza n. 4184 della Cassazione).

Riconoscimento dei figli.
Se una donna lesbica decide di crescere un figlio insieme alla propria compagna, quest’ultima risulterà giuridicamente un’estranea per il bambino, anche qualora lo crescesse come un proprio figlio (in Italia si calcola siano già “100 mila” i minori cresciuti da coppie omosessuali).
Capiterà così che:
-                      al momento dell’iscrizione del piccolo in una scuola, il minore risulterà figlio soltanto di uno dei due partner;
-                      e, se il genitore naturale muore, il minore non potrà nemmeno essere affidato alla compagna della madre che lo ha cresciuto.

Diritto di adozione.
Alle coppie gay è ovviamente vietato in Italia non solo il matrimonio ma anche l’adozione.
Anche per le coppie eterosessuali, però, benché non sia più vietata l’adozione di minori (dopo la nuova legge sulleadozioni, la n.149 del 2001), il sogno di adottare un figlio è alquanto difficile da realizzarsi: l’adozione è ammessa  solo a condizione che la coppia conviva da almeno tre anni e “prometta di sposarsi”!

Assistenza medica.
Se uno dei due conviventi si ammala, per l’altro può risultare molto difficile assisterlo, non essendo riconosciuto dalla legge come parente:
-                      se il partner malato ha bisogno di assistenza, l’altro non dispone nemmeno del diritto a permessi di lavoro per motivi familiari;
-                      se un convivente necessita di un intervento medico urgente e rischioso, l’altro non ha alcun diritto di autorizzarlo;
-                      se un compagno si trova ricoverato in ospedale, l’altro non ha diritto ad assisterlo se la sua famiglia si oppone: il tutto è rimesso alla “benevolenza” della famiglia d'origine ed al “buon senso” della caposala di turno;
-                      e se un partner muore, al suo compagno non spetterà neppure il diritto di esprimere il proprio consenso in merito ad un’eventuale donazione degli organi.

Disposizioni post mortem, diritti pensionistici ed eredità.
Se uno dei due partner muore, al convivente superstite non spetterà né alcuna eredità né alcuna pensione di reversibilità.
I conviventi potranno parzialmente aggirare tale ostacolo solo:
-                      facendo reciproco testamento (fatta salva la quota legittima spettante ai parenti);
-                      cointestandosi i propri beni (fatto salva l’impossibilità di scegliere il regime patrimoniale comune dei beni);
-                      e sottoscrivendo polizze vita o pensionistiche.

Separazioni.
Se la convivenza ha termine dopo molti anni, il convivente in stato di bisogno non vanterà alcun diritto ad un sostegno economico da parte dell’altro.

Diritto alla casa.
Se una coppia convivente è in attesa dell’assegnazione di una casa popolare, vedrà difficilmente realizzato il proprio sogno: sarà destinata ad essere scavalcata in graduatoria da qualsiasi altra coppia sposata.

Diritto al risarcimento.
Se un partner muore a seguito di un incidente stradale, al compagno ed ai loro figli non spetterà alcun diritto al risarcimento: la legge riconosce tale diritto soltanto al coniuge superstite ed ai suoi figli, ovvero alla “famiglia legittima”!
Solo la Cassazione (con sentenza n.12278 del 2011) ha posto parzialmente rimedio a tale ingiustificabile discriminazione in tema di risarcimento del danno da sinistro stradale, equiparando la famiglia “legittima” a quella “di fatto”.

Diritti penitenziari.
In base alla normativa vigente, per essere ammessi a colloquio con un detenuto:
-                      mentre per un familiare sarà sufficiente presentarsi in carcere esibendo carta d’identità e un documento che attesti il grado di parentela (lo stato di famiglia o un certificato storico rilasciato dal Comune);
-                      per il convivente, essendo considerato una “persona terza”, sarà necessario presentare una “richiesta motivata” al direttore del carcere.
LA SPINTA EUROPEA AL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI CIVILI

Il Parlamento europeo si è ripetutamente espresso in favore del riconoscimento di “pari diritti” alle coppie di fatto.
Lo scorso 13 marzo, approvando il “Rapporto sullaparità di diritti uomo-donna”, l’Assemblea di Strasburgo:
1-                  ha sollecitato i governi a non dare “definizioni restrittive” di famiglia e a riconoscere alle unioni omosessuali gli “stessi diritti” delle coppie eterosessuali unite in matrimonio;
2-                  ha dato mandato alla Commissione europea di elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni omosessuali tra gli stati membri che già le ammettono;
3-                  ed ha invitato il Consiglio europeo a “riaffermare il principio di uguale trattamento, senza distinzione di religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale”.
In pratica, pur se non un esplicito invito a riconoscere i matrimoni gay, un richiamo ufficiale affinché si riconosca alle relazioni non matrimoniali “gli stessi diritti” collegati al matrimonio.

Già in passato l’Europarlamento aveva fatto sentire la sua voce in tema (sia il 15 gennaio 2003, approvando la “Relazione annuale sui diritti umani”, sia il 16 marzo del 2000, votando la “Relazione annuale sui diritti civili), invitando tutti i paesi europei a riconoscere:
1-                  una registrazione civile per le “unioni di fatto” (sia etero che omosessuali);
2-                  ed i “matrimoni gay”, ovvero qualsiasi altro “istituto equivalente” in grado di garantire alle coppie omosessuali gli stessi diritti e vantaggi connessi al matrimonio.

Anche la Corte europea dei diritti dell’Uomo (con sentenza del 24 giugno 2010), pur negando che l’art. 12 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (sul diritto al matrimonio) possa essere applicato anche alle coppie omosessuali, ha sancito che le unioni gay possono essere titolari di un “diritto alla vita familiare” (protetto dall’art. 8 della Cedu), auspicando un loro riconoscimento da parte degli stati.


LA “TUTELA COSTITUZIONALE” DELLE UNIONI DI FATTO APPRONTATA DALLA CONSULTA

Nel marzo 2010 la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità di alcune norme del Codice Civile in materia di matrimonio che, riferendosi soltanto al “marito” ed alla “moglie” come membri della famiglia, attuerebbero una discriminazione delle coppie omosessuali.

Tutto ebbe origine dall’iniziativa di tre coppie omosessuali le quali, recatesi presso i propri comuni di residenza per richiedere le pubblicazioni matrimoniali, di fronte allo scontato rifiuto dell’ufficiale di stato civile, hanno intentato un’azione giudiziaria.
A detta dei ricorrenti, le norme civilistiche, non contemplando la possibilità di celebrare matrimoni gay, violerebbero quattro articoli della Costituzione:
-                      l’articolo 2 (i diritti inviolabili dell’uomo e la dignità della persona);
-                      l’articolo 3 (l’uguaglianza dei cittadini);
-                      l’art. 29 (i diritti della famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”);
-                      e l’art. 117 co.1 (il rispetto dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali).
Inoltre, il diritto a contrarre matrimonio “senza alcuna discriminazione legata all’orientamento sessuale” sarebbe legittimo in quanto:
1-                  non vietato esplicitamente in Costituzione (non esiste un espresso divieto al matrimonio tra persone dello stesso sesso);
2-                  garantito da più principi costituzionali, che escluderebbero l’esclusività del “paradigma eterosessuale” del matrimonio civile (l’art. 2 e l’art. 3);
3-                  e contemplato dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (cd. Dudu), dalla “Carta Europea dei Diritti dell’Uomo” (cd. Cedu) e dalla “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” (cd. Carta di Nizza).

Come si è espressa la Corte?
La Consulta (con sentenza n. 138 del 2010) ha rigettato tutte le questioni di costituzionalità sollevate (quelle relative agli artt. 2 e 117 Cost. perché “inammissibili”, quelle circa gli artt. 3 e 29 perché “infondate”).
A dire dei giudici, il costituente, nello stilare l’art. 29, non prese in esame le unioni omosessuali, adottando la nozione “tradizionale” di famiglia e di matrimonio contenuta nel Codice Civile del 1942, ancor oggi in vigore (per il quale “i coniugi devono essere persone di sesso diverso”).

Dove rintracciare un “punto debole” nella decisione della Consulta?
Secondo i giudici le unioni omosessuali non possono essere ritenute “omogenee” al matrimonio in quanto non sono ritenute tali dai padri costituenti.
Ma se i concetti di famiglia e di matrimonio -come ogni altro principio costituzionale- non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca storica in cui la Costituzione entrò in vigore, andando piuttosto interpretati tenendo conto delle trasformazioni non solo dell’ordinamento giuridico ma anche della società e dei costumi, perché mai attenersi oggi rigorosamente alle “intenzioni” del costituente del ‘46?
E come mai la stessa “rigidità interpretativa” non si è avuta in tutti gli altri casi in cui la Corte ha dato adito ad interpretazioni ampiamente “evolutive” -per non dire “creative”- dei principi costituzionali?

Quali aspetti innovatici, ad ogni modo, trarre dalla sentenza?
Alcuni commentatori hanno frettolosamente creduto che la decisione della Corte ponesse una “pietra tombale” sulla speranza per le coppie omosessuali di veder riconosciuti i propri diritti.
In realtà la Consulta, pur stabilendo l’impossibilità, a legislazione vigente, di estendere l’istituto del matrimonio alle coppie omosessuali, ha tracciato nuove strade per il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto.
Ecco i passaggi più significativi della sentenza:
1-                  si riconosce l’art. 2 quale “fondamento costituzionale” delle unioni omosessuali (le “stabili convivenze tra persone dello stesso sesso” sono state annoverate tra le “formazioni sociali” protette dalla Costituzione);
2-                  si sancisce che la Costituzione impone il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, invitando il Parlamento a colmare tale vuoto legislativo (ad ogni stabile convivenza “spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone, nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”);
3-                  non si sancisce affatto l’incostituzionalità del matrimonio gay (la Corte si limita ad escludere l’applicazione dell’attuale art. 29 alle unioni omosessuali), bensì si demanda al legislatore la scelta se equiparare o meno le unioni omosessuali al matrimonio;
4-                  Infine, si ammonisce come, nel caso di persistente inerzia del legislatore, è rimandata alla giurisdizione comune la tutela delle unioni omosessuali (in pratica, si indica una via giudiziaria all’ottenimento della parità di diritti tra coppie sposate e non).


LA “TUTELA GIURISDIZIONALE” DELLE CONVIVENZE STABILI INTRODOTTA DALLA CASSAZIONE

Le coppie conviventi dello stesso sesso, con una relazione stabile, hanno diritto al riconoscimento della loro “vita familiare”, quindi allo “stesso trattamento” garantito dalla legge ai coniugi etero: questo quanto sancito dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 4184 del 15 marzo scorso.

La questione era stata sollevata in seguito ad un ricorso presentato da una coppia omosessuale di Latina, che si era vista respingere dal comune di residenza la richiesta di trascrizione del matrimonio gay celebrato in Olanda.
La Cassazione ha respinto il ricorso ma, per la prima volta, ha affermato alcuni principi innovativi destinati a fare giurisprudenza:

1-                  Introduzione del “diritto alla vita familiare” per le coppie di fatto.
Le coppie gay “conviventi in una stabile relazione di fatto” hanno riconosciuto il “diritto alla vita familiare”, a “vivere liberamente una condizione di coppia” e, in presenza di specifiche situazioni, a un “trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”. Anche per le coppie omosessuali, dunque, devono valere gli stessi diritti assicurati dalla legge a qualsiasi altra coppia etero.

2-                  Superamento del “dogma eterosessuale” del matrimonio.
Si ritiene superata la tesi della natura “necessariamente eterosessuale” del matrimonio: la diversità di sesso dei nubendi non è più presupposto indispensabile della stessa esistenza del matrimonio  (contrariamente a quanto ancora sostenuto dalla quasi unanimità delle forze politiche italiane!).

3-                  Introduzione di una “tutela giurisdizionale” dei diritti delle coppie di fatto.
Nel vuoto legislativo in materia, la Corte ha aperto un varco ai giudici per sanare le irragionevoli disparità di trattamento delle convivenze more uxorio: spetterà al giudice interpellato stabilire di concedere o negare, caso per caso, un diritto matrimoniale ad ogni coppia di fatto che agisca in giudizio. Scrivono, difatti, i giudici: “I componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto(…), possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata e, in tale sede, eventualmente sollevare le conferenti eccezioni di legittimità costituzionale delle disposizioni delle leggi vigenti”.
UNIONI CIVILI?
“DICO” SI!

I tempi sono maturi affinché anche il nostro diritto di famiglia riconosca un sistema di diritti e doveri per le coppie di fatto che accettino una forma di “registrazione civile”.
Perché non offrire l’opportunità a quelle coppie stabili ma che rifiutano il matrimonio di esser riconosciute come “unioni civili” (senza per questo rivendicare gli stessi diritti delle coppie sposate, non gravando su di loro, al contempo, gli stessi doveri)?
Riconoscere le unioni civili non vuol dire equipararle al matrimonio bensì semplicemente conceder loro una “identità giuridica” necessaria per l'attribuzione di un nucleo minimo, “essenziale” di diritti (fiscali, sanitari, assistenziali, lavorativi, previdenziali…).
MATRIMONIO GAY?
“SI, LO VOGLIO!”

Per le coppie di fatto omosessuali la libera convivenza non sempre è una scelta, non potendo in nessun caso accedere al matrimonio.
Perché condannare una coppia all’“inesistenza giuridica” solo in ragione del proprio orientamento sessuale?
Perché non riconoscere alle coppie gay (qualora disposte ad assumersi tale responsabilità) la stessa opportunità offerta a qualsiasi altra coppia eterosessuale?
Com’è concepibile precludere ad una coppia la possibilità di sposarsi solo in quanto non rientrante nello schema concettuale di famiglia avuto in mente dal legislatore fascista del ‘42 -autore del Codice Civile vigente- e dal costituente post-fascista del ‘46 (entrambi espressione di un’altra Italia, parte di un altro mondo)?

Se è vero che l’attuale formulazione dell’art. 29 della Costituzione impedisce il riconoscimento dei matrimoni gay, chi impedisce al legislatore una modifica costituzionale tale da ampliare la portata applicativa della stessa norma (dando un’interpretazione più “estensiva” della nozione di famiglia)?
Nell’inerzia del legislatore, poi, cosa impedirebbe alla Consulta, una volta chiamata a reintervenire in tema, di aggiornare la propria recente giurisprudenza con un’interpretazione più “evolutiva” dello stesso art. 29?



Leggi anche l’articolo: “FAMIGLIE, DI FATTO


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1 commento:

  1. Obama appena ieri (10 maggio ’12) si è espresso in favore dei matrimoni gay, pur consapevole che questo potrebbe fargli perdere consensi in alcuni Stati conservatori decisivi per la sua rielezione...
    Un folle? Un autolesionista?
    No, semplicemente un “progressista”, un leader, uno statista che, come tutti i Grandi della storia, sono chiamati non solo a cercare il consenso col facile populismo bensì a battersi per alcune battaglie civili che possono anche esser “scomode” ma che, semplicemente, sono "giuste"!

    Cameron, premier conservatore inglese, si è dichiarato anch'egli in favore dei matrimoni gay.
    Un rivoluzionario? Un estremista? Un radicale?
    No, semplicemente espressione di una destra europea “laica”, moderna, aperta ai cambiamenti della Società.

    Difendere le unioni civili ed i matrimoni tra gay non vuol affatto dire essere "contro" la famiglia.
    Tutt'altro!
    Vuol dire, semmai, essere “per” tutte le famiglie: difendere il principio per cui anche un'unione di fatto (etero od omosessuale) può essere famiglia!
    Al di là di conformismi ed etichette...

    Quando anche l'Italia potrà permettersi leader come un Obama a sinistra ed un Cameron a destra allora anche noi potremmo finalmente definirci “Paese civile"...

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