11 agosto 2010

ISTRUZIONI PER RESISTERE IN UN PAESE "SOTTO COMMISSARIAMENTO VATICANO"


 EFFETTI COLLATERALI DI UN PAESE "LAICAMENTE INGESSATO"...


“Reato” e Peccato”: quale la differenza?

Nel 1764, nell’opera “Dei delitti e delle pene”, il giurista e filosofo milanese Cesare Beccaria declarò una distinzione temeraria per l’epoca: quella tra “peccato” e “reato” (ragion per cui l’opera fu destinata ad essere iscritta nell’indice dei "libri proibiti").

Sulla scia del pensiero precursore di Thomas Hobbes (che già un secolo prima dichiarava che “se i reati son peccati… non tutti i peccati son reati”!), l'illuminista Beccaria sostené che:
- mentre il “reato” consisterebbe in un danno arrecato all'intera collettività, tale per cui il responsbaile di tale atto meriterebbe di essere giudicato dalla Società nei modi e nelle forme dalla stessa stabiliti (diremmo oggi, dalla Giustizia ordinaria);
- il “peccato”, invece, non sarebbe altro che un’offesa arrecata a Dio, ragion per cui il suo autore meriterebbe (almeno per chi è credente) di essere giudicato (punito o perdonato) solo da Dio.


Cosa comporta tale distinzione?

Inevitabile conseguenza della distinzione logica tra "reato" e "peccato" dovrebbe essere la seguente:
- mentre il Diritto (la “legge positiva” o degli uomini) dovrebbe occuparsi solo dei reati (della configurazione giuridica della fattispecie e della previsione di una apposita sanzione per gli autori di reato);
- la Religione (la “legge divina” o di Dio), invece, dovrebbe occuparsi solo dei peccati (ossia prescrivere esclusivamente alla Comunità dei propri fedeli dei canoni etico-morali di comportamento, prefigurando l'eventuale punizione divina nel caso della loro trasgressione).


Perché in tale distinzione trova fondamento la “laicità dello stato” ?

Presupposto di ogni ordinamento giuridico “laico” è proprio la capacità del legislatore di saper “tener distinti” la sfera religiosa da quella civile.

Un esempio può facilmente dimostrarlo:
- mentre i regimi teocratici islamici esprimono al meglio l'incapacità di separare il “peccato” dal “reato”, riconoscendo ancor oggi la “sharia” (ossia la legge divina islamica) come legge principale dello stato;
- gli stati moderni occidentali (sorti dalla rivoluzione francese e dall’illuminismo) si sono contraddistinti per una “laicizzazione della politica” e “secolarizzazione della società”, frutto della capacità di distinzione tra la giustizia “divina” e quella “umana” (la prima competente solo a Dio, la seconda esclusivamente allo stato!).


Cosa intendere per “laicità”?

La laicità è uno dei principi su cui si fonda lo stato moderno (assieme a quello della “separazione dei poteri”).

Per “laicità” deve intendersi:
- la totale separazione tra lo stato e la Chiesa (o tra il diritto e la religione);
- l'assenza d'indebite interferenze religiose nell’ambito dei poteri dello stato (legislativo, esecutivo e giudiziario);
- e la piena autonomia delle Istituzioni pubbliche rispetto alle autorità o confessioni religiose ("libera Chiesa in libero stato", per usare il noto motto cavouriano).

E’ pienamente "laico", dunque, lo stato capace:
I- di mantenere un atteggiamento il più possibile "imparziale" nei confronti delle scelte spirituali individuali (di credenti e non credenti) e delle posizioni assunte dalle varie confessioni religiose (maggioritarie o meno);
II- e di aver ben chiara la differenza tra il “governare” e il “guidare spiritualmente” un Paese (ossia tra il perseguire l'interesse collettivo e il difendere posizioni ideologiche particolari a discapito dei diritti e delle libertà generali!).


Cosa distingue il "laicismo" dalla "laicità"?

Mentre è pacifico il significato del termine “laicità”, risulta controverso quello del termine “laicismo”.
Per far un esempio:
- mentre alcuni dizionari della lingua italiana (quale il De Mauro), in accordo con la definizione storica del termine, considerano il laicismo come un "sinonimo di laicità";
- altri dizionari (quale lo Zingarelli), invece, considerano tali termini come "concettualmente differenti".

In particolare:
a- mentre il "laicismo" indicherebbe un atteggiamento più radicale (di "negazione") da parte dello stato nei confronti delle varie confessioni religiose (e delle correlate impostazioni etiche);
b- la "laicità", invece, non implicherebbe di per sé alcuna ostilità da parte dello stato nei riguardi delle religioni:
- richiedendo da parte di questo una "perfetta equidistanza" nei confronti di ogni posizione etica o credo religioso
- e ammettendo anche la possibilità che ogni istituzione religiosa esprima posizioni morali, politiche o sociali (almeno sin quando questa non cerchi al contempo di imporle in forza di legge all'intera collettività, ossia anche a chi non le condivida!).


Perché la "laicità" è una garanzia per i cittadini?

La laicità rappresenta la migliore garanzia possibile del "principio di eguaglianza" e della "libertà di culto", intesa:
a- sia "in positivo", come libertà di professare qualsiasi religione;
b- che "in negativo", come libertà di non professarne alcuna.

Uno stato "pienamente laico", difatti:
- confida nell’individuo quale "padrone di se stesso" e "libero nelle proprie scelte" (rifiutando d'imporre valori "di parte" o verità "presunte" assolute!);
- condanna ogni forma di integralismo ideologico/religioso;
- e difende l'autonomia delle proprie Istituzioni da ogni potere o autorità esterni.


L’Italia è uno "stato laico"?

In base alla Costituzione Italiana (come più volte sottolineato dalla Corte Costituzionale), la laicità:
a- è un “principio supremo” dello stato italiano (quale emerge dagli art. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione);
b- e non implica affatto indifferenza dello stato nei confronti del fenomeno religioso, bensì la salvaguardia della libertà di religione di ogni individuo nell'ambito di un regime di pluralismo confessionale e culturale.

Secondo l’art. 7 della nostra Costituzione, in particolare, “lo stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Nonostante tutto, l'effettiva portata del principio di laicità trova limitazioni stringenti sinanche nella nostra Carta costituzionale, la quale riserva un trattamento "riservato" e "privilegiato" alla Chiesa Cattolica.

Qualche esempio?
I- Mentre l'art. 7 è riservato ai rapporti tra lo stato italiano e la Chiesa cattolica, solo il successivo articolo 8 regola i rapporti tra lo stato e le altre confessioni religiose (in nessun articolo, inoltre, si fa minimamente cenno alla libertà di religione “in negativo”: atei ed agnostici, in pratica, non trovano formalmente alcuno spazio in Costituzione!);
II- mentre l'art. 7 riconosce alla Chiesa cattolica il rango di “potere indipendente” tutelato dai Patti e dal Concordato, il successivo art. 8 regola il rapporto tra lo stato e le altre confessioni religiose sulla base di atti arbitrari e discrezionali quali le più modeste "intese"!

In tal modo, l’affermazione di una piena laicità è un traguardo ancora lontano dall’essere raggiunto, apparendo piuttosto come una meta cui faticosamente ambire.
Di ciò ne sono riprova:
1- sia l'atavica arretratezza della nostra legislazione, la più "illiberale" in Europa sul piano dei "diritti civili";
2- sia i numerosi "privilegi economici" di cui la Chiesa beneficia a spese della fiscalità generale (ossia di tutti i contribuenti, siano essi cattolici, diversamente credenti o non credenti").

Qualche esempio?
Basta ricordare:
1- i copiosi finanziamenti pubblici alle scuole private, in gran parte cattoliche (nonostante il dettato dell'art. 33 della Costituzione, secondo cui enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione solo se "senza oneri per lo Stato"!);
2- lo "status privilegiato" degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche (nominati dai vescovi ma i cui stipendi e pensioni sono erogate dallo Stato italiano!);
3- l’esenzione dall’Ici non solo per le chiese ma anche per gli edifici della Chiesa adibiti a mero "uso commerciale" (provvedimento che, secondo alcune stime dell’Anci, comporta minori entrate per i Comuni nell’ordine dei 700 milioni di euro!);
4- e l'8X1000 dell'Irpef, diabolicamente congeniato (a metà degli anni '80, dal fiscalista Giulio Tremonti) al fine esclusivo di favorire indebitamente la Chiesa cattolica (ripartendo il gettito non tenendo conto delle opzioni non espresse ma solo in base alle scelte espresse, infatti, secondo gli ultimi dati ufficiali del 2003 la Chiesa cattolica ha beneficiato di circa il 90% delle entrate dell'8X1000 benché solo il 35% del totale dei contribuenti abbia espresso un'opzione in suo favore!).


Quali sono le principali ragioni di "debolezza" della laicità italiana?

I motivi per cui il principio di laicità non è mai pienamente "attecchito" nel nostro Paese sono diversi, anche se tutti correlati dalla indiscutibile influenza esercitata dalla Chiesa cattolica sulla società italiana e sulle pubbliche Istituzioni.
Tra questi, in particolare possiamo citare:

1- la posizione dominante assunta dalla Chiesa cattolica, giudicante:
- negativamente la "visione laica" dello stato
- e positivamente una "visione supina" della politica (sempre pronta a prostrarsi con reverenza dinanzi alle Verità della Chiesa e facilmente permeata da ogni tipo di condizionamento!);

2- il predominio politico-ideologico esercitato per quasi tutta la seconda metà del XX secolo da un solo partito, la Democrazia Cristiana, esplicitamente ispirato ai principi del Cattolicesimo;

3- e il ruolo prepotentemente "lobbistico" efficacemente svolto dal variegato mondo dell’associazionismo cattolico (principalmente dalle Acli, dall’Azione Cattolica e dall’Agesci).

Proprio l'esercizio da parte della Chiesa di una "funzione istituzionale" e di un "potere di veto" che la nostra Costituzione non le attribuisce affatto, dunque, rende bene l'idea del perché la nostra ancor giovane democrazia si trovi di fatto “sotto commissariamento” delle gerarchie vaticane, mostrando un "assoluto immobilismo" nel rispondere alle rivendicazioni di quei "nuovi diritti" che nel frattempo si fanno sempre più strada nelle più mature democrazie occidentali!


Qualche esempio di "indebita ingerenza" vaticana nella vita politica italiana?

Essendo venuto meno il grande partito di riferimento del mondo cattolico che fu la Dc, oggi è sempre più la stessa Chiesa a "farsi partito", cercando di coprire materialmente tale vuoto di rappresentanza politica.
Prove di questa tendenza, così, possono praticamente riscontrarsi in occasione di ogni scadenza elettorale.
Qualche esempio?
Se alle elezioni politiche del 2008 numerosi vertici della Chiesa sono “scesi in campo” in appoggio alla battaglia ideologica del neonato (e precocemente abortito!) movimento politico di Giuliano Ferrara (estremo oppositore della legge 194 sull'aborto), alle elezioni regionali del 2010, invece, i ripetuti appelli politici della Chiesa affinché gli elettori moderati tenessero conto della posizione dei partiti sui principali temi etici sono apparsi a molti osservatori un chiaro attacco politico alle candidature della "pro-abortista" Bonino nel Lazio e della "pro-pillola ru486" Bresso in Piemonte (entrambe uscite sconfitte dalle urne per una manciata di voti!).

Molto criticabile, inoltre, è apparsa la dura posizione assunta dalla Chiesa riguardo al caso Eluana Englaro.
Benchè sia legittimo rivolgere critiche all'azione della politica e finanche alle sentenze della magistratura, infatti, sono apparsi quantomeno "inopportuni" gli anatemi di mons. Bagnasco (presidente della Cei), spintosi al punto di delegittimare pubblicamente:
- sia la Magistratura italiana (rea di aver assecondato le pretese del padre di Eluana);
- che la Presidenza della Repubblica (responsabile, invece, di aver preannunciato il rifiuto di firmare ogni eventuale decreto legge “ad personam” -o “salva-Eluana”- paventato dal governo nel tentativo disperato di vanificare gli effetti della sentenza delle S.U. della Corte di Cassazione!).

Come non ricordare, infine:
- il veto opposto dalla Chiesa al progetto di legge sui "Pacs" (poi divenuti "Dico") presentato dal governo Prodi?
- Oppure la battaglia politica "pro-astensione" condotta dall'allora presidente della Cei, il cardinale Ruini, contro il referendum del 2005 sulla procreazione medicalmente assistita?
- O ancora lo sproloquio sull'immigrazione pronunciato nel 1999 dall’allora arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi (in pieno spregio all'art. 3 della Costituzione, invitante lo stato italiano a riservare ai musulmani d'Italia un trattamento pari a quello mantenuto dai loro paesi di provenienza nei confronti dei cristiani, adottando lo strumento della "reciprocità" come arma di pressione sull'Islam)?


In conclusione...

Il nostro Paese ha fin oggi fallito ogni "prova di maturità", mostrandosi incapace di farsi carico dei bisogni della collettività libero da ogni condizionamento di sorta che non sia il benessere generale e l'ampliamento degli "spazi di libertà" dei cittadini.

Per questa ragione non sarà mai troppo tardi il giorno in cui la politica italiana, finalmente libera da pregiudizi, saprà:
I- mettere un punto fermo sulle conquiste di civiltà faticosamente ottenute negli anni ma ancora messe di sovente in discussione (come il diritto delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza);
II- e, al contempo, mettere all'ordine del giorno il riconoscimento dei nuovi diritti e libertà già ampiamente venuti a maturazione nel resto d'Europa (dalla regolamentazione della prostituzione a quella delle droghe leggere, dal pieno riconoscimento del diritto alla procreazione medicalmente assistita alla libertà individuale di scelta sul fine vita, dal riconosicmento giuridico delle coppie di fatto all'introduzione del divorzio breve, dal riconoscimento del diritto delle donne di ricorrere alla pillola del giorno dopo a un nuovo impulso nell'educazione alla sessualità dei giovani).

Tutto ciò, ovviamente, senza delegare alla Cei (oggi, di fatto, "terza Camera" del Parlamento) il compito di definire l'agenda parlamentare e, se è il caso, di porre "veti incondizionati"!

Semmai dovesse arrivare, sarà proprio questo il giorno in cui l’Italia saprà dimostrare di disporre di una classe poltica all'altezza dei suoi bisogni e di non aver più paura di fare i conti col futuro...



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L'articolo "ISTRUZIONI PER RESISTERE IN UN PAESE SOTTO COMMISSARIAMENTO VATICANO" è ospitato anche sui seguenti:


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15 commenti:

  1. "Ogni bambino che nasce è il segno che Dio non è ancora stanco degli uomini..." (Tagore)

    Sono laica e non laicista e, quindi, va bene lo stesso...Un'agnostica, Sonia Colella

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  2. complimenti per la chiarezza con la quale si è trattato temi , difficili .

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  3. La laicità di cui lei parla altro non è che negare i diritti politici ai cittadini che hanno una fede religiosa. In Italia c'è la democrazia, le leggi non le fa il Vaticano. Se in un referendum la maggioranza degli elettori, in un paese dove il precetto religioso è assolto da poco più del 20% degli abitanti, si esprime in sintonia con la visione della Chiesa cattolica, lo fa liberamente e senza costrizioni. Il problema è che voi laicisti volete obbligare con la forza le persone religiose ad abiurare e ad aderire alla vostra "Chiesa".

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  4. Caro sig. "Anonimo",

    Lei è libero di pensarla come crede, un pò meno, però, di dare giudizi sommari sulle persone (chi mi conosce realmente non credo mi definirebbe un "laicista"), specie senza probabilmente aver letto con attenzione la mia analisi.

    Io difendo la Costituzione sempre, "senza se e senza ma", quindi anche:
    I- il suo art. 8, ove si riconosce la libertà di culto di ogni persona;
    II- e il suo art. 21 sulla libertà di espressione, che sono convinto vada fatta valere "per tutti" (cristiani -compresa la Chiesa come Istituzione-, diversamente credenti e non credenti...).

    Difendere la "laicità" (anch'essa un "principio di rilevanza costituzionale", secondo l'opinione della Consulta), dunque:

    - non comporta affatto l'essere necessariamente "laicisti" (come Lei ritiene che io sia), ossia (secondo l'interpretazione più comune del termine) mostrare ostilità e avversione nei confronti delle religioni o di chi crede diversamente (nel miglior stile sovietico!);

    - bensì difendere la libertà di culto e di espressione di tutti (anche del papa, ove occorra), ma pretendendo semplicemente che la politica mantenga la "schiena dritta" nei confronti di ogni potere esterno e che sia servitrice solo dei bisogni e degli interessi di una Società sempre più multietnica e multireligiosa, che, in quanto tale, merita di essere rappresentata:
    a- "per intero" (senza discriminazioni di sorta)
    b- e senza che si cerchi di imporre per legge all'intera collettività valori o verità -comunque la si pensi- "di parte" (su tutti, il caso di Eluana Englaro può considerarsi emblatico in tal senso...).

    La Chiesa, dunque, ha tutto il diritto di rivolgersi ai propri fedeli.
    Non può rivendicare, però, il diritto di servirsi del proprio "potere temporale" per influenzare lobbisticamente la politica, specie ove, in tal modo, si tenda ad incidere sulle libertà individuali.

    Come da me detto (e contrariamente a quanto Lei pensa), dunque, proprio la difesa della laicità rappresenta la migliore salvaguardia della libertà di religione di ogni persona nell'ambito di un regime di pluralismo confessionale e culturale.

    Cordiali saluti...

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  5. Gaspare,sei eccezionale !

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  6. "Sei eccezionale" lo ha scritto uno che poco sa utilizzare il PC.L'anonimo si chiama Efisio Deiana e ti considera come ti ha definito.

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  7. Il termine laicità lo considero a pieno titolo sinonimo di libertà,se uno Stato non è laico allora non è neanche libero.

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  8. Per un approfondimento consiglio la lettura di Sergio Romano: "Libera Chiesa. Libero Stato?".

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  9. La diatriba sulle laicità dello Stato, che, come al solito, nessuno è in grado di definire con chiarezza, in quanto si presta a infinite possibilità di interpretazione personale, non ultima quella di ridurre al silenzio ed estromettere i religiosi dalla vita politica italiana, è solo un pretesto per sviare l’attenzione della gente dai problemi reali in costante peggioramento, perché nessuna delle personalità che contano, intende affrontare e risolvere, e perché al cittadino, in fondo, non gliene importa più di tanto.
    In Italia esistono le leggi per permettere l’esercizio della libertà e di una democrazia vera, (a cominciare dalla partecipazione diretta dei cittadini alle scelte più rilevanti che finiscono per incidere su di loro), ma vengono applicate in modo personalistico, per interesse individuale e diretto da parte di chi dovrebbe dare il buon esempio, al punto che, parlare di democrazia è diventato ridicolo.
    Occorrerebbero regole democratica capaci di farsi rispettare alla lettera, ma questo è solo un’utopia. Quindi non è questione di laicità e di ingerenze della Chiesa. E’ che il nostro “sistema democratico” ormai non funziona più.
    Pasquale - Tivoli

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  10. Massimo Falchi21 agosto 2010 00:02

    Ho trovato su Facebook questa analisi lucida e centrata della realtà Italiana e dello stupro sistematico a cui è sottoposta la Costituzione Repubblicana. Complimenti, registro tra i miei preferiti il tuo blog, grazie.
    Massimo Falchi, Milano

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  11. Bellissimo questo blog e condivido pienamente il contenuto di questo post

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  12. Rivendicare una maggiore laicità delle Istituzioni non vuol affatto dire richiedere di mettere il “bavaglio” alla Chiesa o negare il valore sociale delle religioni, essendo parimenti rispettabile il principio costituzionale di “libertà di culto”.

    Il potere temporale della Chiesa Cattolica, però, non può esercitarsi, a sua volta, al fine primario di servirsi della politica come di un’arma per imporre all’interra collettività (ossia anche a chi legittimamente non li condivida) principi e “dogmi” religiosi!

    L’unico possibile punto di equilibrio tra le posizioni contrastanti (di cattolici ed anticlericali, in buona sostanza) dovrebbe rinvenirsi semplicemente in un principio liberale e garantista che dovrebbe, invece, essere universalmente condiviso: quello per cui "la libertà di ognuno finisce dove si lede la pari libertà degli altri"!


    Uno stato laico, dunque, ha il compito primario di garantire le "libertà individuali", almeno in ogni caso in cui il loro esercizio non rischia di ledere la pari libertà altrui (caso che spetta al legislatore, in concreto, stabilire).

    Quando si ledono le libertà personali in nome di "dogmi” ideologici o religiosi (come quello dell'"indisponibilità della vita", nel caso dell'eutanasia), invece, uno stato non adempie affatto a questa sua essenziale funzione!

    P.S.:
    Appellarsi al "principio maggioritario" (alla volontà della maggioranza), sia pur in una democrazia, non è sempre una soluzione legittima e sufficiente per giustificare deroghe al principio liberale su esposto (come nel caso dell'affissione dei crocifissi nelle aule scolastiche, giustificato dalla presenza di alunni generalmente in maggioranza cattolici).

    Non si può ricorrere al solo argomento maggioritario, difatti, per legittimare (o meno) la rivendicazione di una libertà da parte di un cittadino (nel caso di specie, la libertà di culto, che verrebbe lesa per i non credenti ed i diversamente credenti): la garanzia delle proprie libertà individuali (fosse anche rivendicata da un solo individuo) è pur sempre “imprescindibile” in uno Stato costituzionale!

    Vi sono casi (e questo è il caso delle libertà individuali), dunque, in cui imporre a tutti posizioni ideologiche che appartengono solo ad alcuni (anche se in maggioranza):
    - non è affatto garanzia di democrazia
    - bensì solo sinonimo di una politica "illiberale" (per non dire “liberticida”!) e sintomo di una "democrazia malata"!
    Se così non fosse, del resto, verrebbe meno una delle funzioni storiche affidate alle Costituzioni moderne: ossia quella di "tutela delle minoranze" da possibili abusi perpetrati dalla maggioranza (proprio in nome della quale le Costituzioni moderne hanno previsto particolari limiti all'esercizio del pubblico potere).

    Saluti…

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  13. Rivendicare una maggiore laicità delle Istituzioni non vuol affatto dire richiedere di mettere il “bavaglio” alla Chiesa o negare il valore sociale delle religioni, essendo parimenti rispettabile il principio costituzionale di “libertà di culto”.

    Il potere temporale della Chiesa Cattolica, però, non può esercitarsi, a sua volta, al fine primario di servirsi della politica come di un’arma per imporre all’interra collettività (ossia anche a chi legittimamente non li condivida) principi e “dogmi” religiosi!

    L’unico possibile punto di equilibrio tra le posizioni contrastanti (di cattolici ed anticlericali, in buona sostanza) dovrebbe rinvenirsi semplicemente in un principio liberale e garantista che dovrebbe, invece, essere universalmente condiviso: quello per cui "la libertà di ognuno finisce dove si lede la pari libertà degli altri"!


    Uno stato laico, dunque, ha il compito primario di garantire le "libertà individuali", almeno in ogni caso in cui il loro esercizio non rischia di ledere la pari libertà altrui (caso che spetta al legislatore, in concreto, stabilire).

    Quando si ledono le libertà personali in nome di "dogmi” ideologici o religiosi (come quello dell'"indisponibilità della vita", nel caso dell'eutanasia), invece, uno stato non adempie affatto a questa sua essenziale funzione!

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  14. P.S.:
    Appellarsi al "principio maggioritario" (alla volontà della maggioranza), sia pur in una democrazia, non è sempre una soluzione legittima e sufficiente per giustificare deroghe al principio liberale su esposto (come nel caso dell'affissione dei crocifissi nelle aule scolastiche, giustificato dalla presenza di alunni generalmente in maggioranza cattolici).

    Non si può ricorrere al solo argomento maggioritario, difatti, per legittimare (o meno) la rivendicazione di una libertà da parte di un cittadino (nel caso di specie, la libertà di culto, che verrebbe lesa per i non credenti ed i diversamente credenti): la garanzia delle proprie libertà individuali (fosse anche rivendicata da un solo individuo) è pur sempre “imprescindibile” in uno Stato costituzionale!

    Vi sono casi (e questo è il caso delle libertà individuali), dunque, in cui imporre a tutti posizioni ideologiche che appartengono solo ad alcuni (anche se in maggioranza):
    - non è affatto garanzia di democrazia
    - bensì solo sinonimo di una politica "illiberale" (per non dire “liberticida”!) e sintomo di una "democrazia malata"!
    Se così non fosse, del resto, verrebbe meno una delle funzioni storiche affidate alle Costituzioni moderne: ossia quella di "tutela delle minoranze" da possibili abusi perpetrati dalla maggioranza (proprio in nome della quale le Costituzioni moderne hanno previsto particolari limiti all'esercizio del pubblico potere).

    Saluti…

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  15. Grazie Gaspare Serra,
    Argomento complesso trattato con grande competenza e chiarezza!
    Merita di essere stampato e salvato.
    Noi e i nostri figli le future generazioni meriterebbero di vivere in una vera democrazia libera di respirare.
    Saluti
    Giovanna

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